Cronaca e politica estera [Equilibri mondiali] Thread unico.

Collapse
X
 
  • Filter
  • Ora
  • Show
Clear All
new posts
  • The_machine
    Bodyweb Senior
    • Nov 2004
    • 18627
    • 549
    • 37
    • Send PM

    Sempre interessanti queste interviste ai volontari stranieri in Ucraina:





    Il video è una lunga intervista a volontari italiani impegnati in Ucraina, alcuni come combattenti al fronte, altri come volontari civili a supporto dei combattenti. Le opinioni che emergono sono forti, coerenti e spesso critiche verso l’Occidente.
    1. Perché sono in Ucraina
    • I volontari combattenti descrivono la loro scelta come una decisione personale e consapevole, non come un obbligo morale universale.
    • Chi combatte rifiuta l’idea che “tutti debbano sentirla come la propria guerra”: anche non intervenire è una scelta, ma non viene giudicata.
    • La guerra “diventa tua” nel momento in cui decidi di esserci.

    2. Visione della guerra e del fronte
    • Il fronte viene descritto come sempre più letale e tecnologico, dominato dai droni (FPV, ricognizione, artiglieria guidata).
    • Le missioni sono caratterizzate da:
      • imprevedibilità totale,
      • adattamento continuo,
      • stanchezza estrema,
      • rischio costante anche in fase di rientro (exfil).
    • La mancanza di uomini, il cedimento di alcuni settori del fronte e l’assenza di rotazioni adeguate aggravano la situazione.

    3. Trauma e cambiamento personale
    • Tutti concordano su un punto: la guerra cambia le persone in modo permanente.
    • Cambiamenti citati:
      • difficoltà a dormire in ambienti “normali”,
      • disagio nel silenzio,
      • associazioni traumatiche con odori, suoni, gesti quotidiani,
      • normalizzazione del contatto con la morte.
    • Anche soldati altamente addestrati riportano cicatrici psicologiche profonde.
    • Forte insistenza sull’importanza del supporto psicologico prima, durante e dopo il servizio.

    4. Opinione sui civili e sui giovani ucraini
    • I civili sono descritti come stremati ma non rassegnati.
    • Bombardamenti su città, infrastrutture energetiche e civili sono una realtà quotidiana.
    • Nessuno “si abitua” alla guerra, nemmeno dopo anni.
    • Sui giovani:
      • c’è consapevolezza del sacrificio enorme già fatto,
      • giudizio prudente verso chi fugge o si nasconde: biasimarli è difficile.

    5. Critica all’Occidente e all’Europa


    È uno dei punti più netti dell’intervista.
    • Forte delusione verso l’Europa, percepita come:
      • presente solo con armi e denaro,
      • assente sul piano morale e politico.
    • I volontari ritengono che:
      • il sostegno occidentale sia stato sempre “col contagocce”,
      • l’assenza di una risposta forte iniziale abbia incoraggiato la Russia.
    • Particolarmente criticata la mancanza di solidarietà popolare:
      • poche manifestazioni pro-Ucraina,
      • scarso coinvolgimento delle nuove generazioni europee.
    • La solidarietà simbolica (bandiere, piazze, pressione politica) viene considerata importante quanto l’aiuto militare.

    6. Risposta alle accuse di “nazismo in Ucraina”
    • Le accuse vengono definite strumentali e ipocrite.
    • Argomento chiave:
      • in ogni paese esistono minoranze estremiste,
      • la presenza di battaglioni con simboli radicali non definisce un popolo intero.
    • In caso di invasione, anche gruppi marginali diventano parte della difesa nazionale: la minaccia esterna annulla le divisioni interne.

    7. “Non è la mia guerra”
    • La risposta dei volontari è chiara:
      • non giudicano chi lo dice,
      • ribadiscono però che anche l’indifferenza è una scelta.
    • La guerra coinvolge anche:
      • medici,
      • volontari civili,
      • giornalisti,
      • attivisti e operatori umanitari.
    • Tutti pagano un prezzo, anche senza combattere.

    8. Associazione STUR
    • Nata da ex combattenti e volontari civili per colmare i vuoti lasciati dallo Stato.
    • Fornisce:
      • alloggio temporaneo per volontari stranieri,
      • supporto logistico,
      • pacchi al fronte,
      • supporto psicologico ai familiari dei caduti (e in prospettiva ai combattenti),
      • memoriale a Kiev e attività educative.
    • L’obiettivo è creare una rete di supporto umano, soprattutto per i volontari stranieri privi di famiglia sul posto.

    9. Messaggio finale ai giovani europei
    • Le libertà europee non sono scontate né gratuite.
    • Democrazia, diritti e laicità sono il risultato di secoli di conflitti.
    • Se non vengono difese, possono essere perse.
    • Non viene chiesto di andare a combattere, ma di:
      • prendere consapevolezza,
      • non voltarsi dall’altra parte,
      • sostenere attivamente chi resiste.

    Tono complessivo
    • Lucido, duro, disilluso.
    • Nessuna retorica eroica.
    • Forte senso di solitudine e abbandono da parte dell’Europa.
    • Profonda convinzione che la guerra in Ucraina riguardi il futuro politico e morale dell’Europa, non solo l’Ucraina.

    Commenta

    • Sean
      Csar
      • Sep 2007
      • 124688
      • 4,135
      • 3,877
      • Italy [IT]
      • In piedi tra le rovine
      • Send PM

      A leggere dal riassunto sembra molto interessante. Me lo salvo e lo guarderò con calma.

      Che la guerra odierna (anzi questa ucraina proietta l'evento bellico addirittura nel "futuro", in quanto vengono sperimentati e usati droni, robot...cioè il domani della guerra, quasi questa ne rappresentasse un trampolino) rappresenti un trauma per chi la combatte, con la sua spersonalizzazione tecnologica, alienazione e un fortissimo e profondo impatto sulla psiche, questo lo si ritrova già nelle descrizioni anche letterarie della I GM ed è un filo che percorre tutto il Novecento, col continuo predominio della guerra-tecnica, e arriva fino ai giorni nostri come si vede.

      Sul perchè al fronte percepiscano l'Europa (la sua opinione pubblica) come "indifferente" e "lontana", c'era un articolo di Galli della Loggia giusto stamane sul Corsera che per me coglie una parte del vero: domani lo posto...comunque i soldati hanno ragione: per la Palestina si è manifestato, per la guerra ucraina non si manifesta: è un silenzio che dice molte cose, perchè il tacere è un esprimere ed un esprimersi.
      ...ma di noi
      sopra una sola teca di cristallo
      popoli studiosi scriveranno
      forse, tra mille inverni
      «nessun vincolo univa questi morti
      nella necropoli deserta»

      C. Campo - Moriremo Lontani


      Commenta

      • Sean
        Csar
        • Sep 2007
        • 124688
        • 4,135
        • 3,877
        • Italy [IT]
        • In piedi tra le rovine
        • Send PM

        Nessuno in piazza per l'Ucraina

        Non si manifesta per chiedere ai governi di aiutare Kiev. La resistenza a Putin non sembra più un affare nostro

        di Ernesto Galli della Loggia

        È difficile capire che cosa è successo in questi anni nella mente di tanti italiani, di tanti occidentali. Ma certo qualcosa d’importante è successo se quanto accade da più di tre anni in Ucraina suscita nei più quel freddo distacco vicino all’indifferenza di cui abbiamo prova ogni giorno. E paradossalmente più l’aggressore russo imperversa seminando morte sulle città di quel Paese, più quell’indifferenza cresce. L’opinione pubblica occidentale preferisce voltarsi dall’altra parte, non vedere. Quale diversa forza avrebbero oggi i governi europei nell’opporsi alla politica capitolarda di Trump se le strade delle loro città fossero quotidianamente attraversate da manifestanti invocanti il sostegno a Kiev!

        La cosa ha davvero dello straordinario. Nel caso dello scontro israelo-palestinese, ad esempio, si può pure ammettere, — nonostante che il pogrom del 7 ottobre renda assai difficile non considerare Israele la parte aggredita e quindi la controparte come l’aggressore — comunque, dicevo, in quel caso si può pure ammettere che, anche a causa del complesso e intricato sfondo storico della vicenda, le simpatie dell’opinione pubblica europea si dividano tra i due contendenti.​

        Ma come è possibile qualunque incertezza nel decidere il torto e la ragione per quanto riguarda la guerra che imperversa in Ucraina? Non indica forse ogni cosa nella Russia di Putin l’aggressore? In questo autocrate arcinoto per far assassinare chi osa opporglisi, abituato a muovere guerra ai propri vicini, a ordinare al proprio esercito di rapire i bambini alle famiglie del nemico, incapace di pensare per il suo Paese qualunque politica che non sia il ritorno al feroce imperialismo sovietico, a quella Russia «prigione di popoli» che l’Europa conosce da oltre due secoli?

        Dall’altra parte c’è l’Ucraina che resiste. Davvero ancora qualcuno crede possibile che un popolo mostri la tenacia, la determinazione, il coraggio che gli ucraini dimostrano da oltre tre anni solo perché c’è un governo che glielo ordina? Eppure la maggioranza degli occidentali — in particolare degli europei, alla Russia così pericolosamente vicini — tutto questo non lo vede, non avverte il significato di quanto pure si svolge sotto i suoi occhi. Nei telegiornali di ogni sera assiste impassibile alle scene del lento martirio ucraino come se si trattasse dell’episodio di una serie di Netflix.

        Un tempo non sarebbe stato così. Almeno nella storia d’Europa, infatti, a partire dalla lontana insurrezione ottocentesca della Grecia contro i Turchi fino alle rivolte di Budapest e Praga contro Mosca, passando per la difesa della Repubblica spagnola assalita da Franco, le lotte per la libertà e l’indipendenza combattute dai suoi popoli non hanno mai mancato di suscitare l’emozione, la mobilitazione — spesso la partecipazione diretta — di una parte importante dell’opinione pubblica del continente. Oggi, invece, la resistenza degli ucraini non appare affatto come una cosa nostra, è radicalmente altro da noi, non ci appartiene. Il suo eroismo — perché di questo si tratta, di eroismo — ci risulta incomprensibile, sembriamo addirittura averne fastidio dal momento che con queste cose l’Europa non ha più nulla a che fare: da molto tempo — essa sembra confessare — l’eroismo non abita più qui.

        Ma se è così è perché ben prima altre cose, molte altre cose, sono scomparse dal nostro orizzonte: alla democrazia umanistica della Costituzione della Repubblica abbiamo sostituito la centralità dell’economia e della tecnica predicata da Bruxelles insieme al soffocante prescrittivismo progressista del suo discorso pubblico; un disprezzo superficiale e tutto ideologico per la politica e le idee ha cancellato nelle nostre scuole il senso vivo e drammatico della storia umana e l’alto insegnamento morale che in esso era racchiuso; egualmente abbiamo lasciato che un pervadente individualismo dissolvesse l’idea dei vincoli che nonostante tutto legano gli individui in una comunità: verso la quale oltre che vantare dei diritti si hanno dei doveri.

        Anche così è stata liquidata l’idea del passato, l’idea di aver ricevuto qualcosa che ci è stato trasmesso e che dovremmo essere impegnati in qualche modo a conservare. In moltissimi di noi è scomparsa la consapevolezza di avere una storia e una patria: ma senza una storia e senza una patria, senza la libertà che per generazioni di europei entrambe hanno significato, che cosa è mai chiamato a difendere l’eroismo? A che cosa serve? E dunque che combattono a fare gli ucraini? Accettino il giogo russo e ci lascino in pace!

        L’eroismo vive e si alimenta nella dimensione della grandezza, della vastità magnanime delle cose e dei sentimenti. Ma ormai da decenni — lo si può dire senza passare per un seguace del generale Vannacci? — da decenni domina in Europa un’aridità spirituale, un’estenuante paralisi politica, un’assenza d’ideali pubblici, un’atmosfera soffocante che ci sta privando di volontà e di propositi. È in questo grigio vuoto, pieno solo d’inutili parole, che si sta consumando il nostro declino storico, che si annuncia la nostra quasi certa futura irrilevanza. È in questo vuoto che l’Ucraina sta morendo.​

        CorSera
        ...ma di noi
        sopra una sola teca di cristallo
        popoli studiosi scriveranno
        forse, tra mille inverni
        «nessun vincolo univa questi morti
        nella necropoli deserta»

        C. Campo - Moriremo Lontani


        Commenta

        • Sean
          Csar
          • Sep 2007
          • 124688
          • 4,135
          • 3,877
          • Italy [IT]
          • In piedi tra le rovine
          • Send PM

          L'editoriale di Galli della Loggia meriterebbe fiumi di inchiostro a commento e cappello, ma molto è stato già detto, è ormai quasi del tutto inutile ripetersi.

          Uno dei punti per cui la gran parte dell'opinione pubblica europea è indifferente (quando non pro Russia) ai destini ucraini, risiede nella seconda parte di quell'articolo e Galli della Loggia lo mette ben in rilievo: l'aver dissolto il senso di appartenza ad una comunità, le radici, la storia, la propria identità:

          Anche così è stata liquidata l’idea del passato, l’idea di aver ricevuto qualcosa che ci è stato trasmesso e che dovremmo essere impegnati in qualche modo a conservare. In moltissimi di noi è scomparsa la consapevolezza di avere una storia e una patria: ma senza una storia e senza una patria, senza la libertà che per generazioni di europei entrambe hanno significato, che cosa è mai chiamato a difendere l’eroismo? A che cosa serve? E dunque che combattono a fare gli ucraini? Accettino il giogo russo e ci lascino in pace!

          alla democrazia umanistica della Costituzione della Repubblica abbiamo sostituito la centralità dell’economia e della tecnica predicata da Bruxelles insieme al soffocante prescrittivismo progressista del suo discorso pubblico
          Come il conservatorismo "istintualmente" insito nel popolo (che in quanto tale si percepisce come "comunità di origine") è diventato "populismo" e, a motivo di questa resistenza al "cambiamento", viene avversato dalle elite, in quanto nella massa vedono una opposizione all'ideologia del "progresso continuo" e dell' "inesausto superamento" del già dato, dissolvendo così ogni "punto fermo", allo stesso modo ogni afflato spirituale che tragga linfa dalle tradizioni patrie viene etichettato come "sovranismo" quando non addirittura "pulsione fascistoide": in un continente senza più valori radicati ed immediatamente definibili, non si può pretendere che adesso si vinca il nichilismo esistenziale ed intellettuale che ovunque alberga, l'indifferenza, l'anomia, e ci si schieri a difesa di una "casa comune" che dentro non ha nulla di radicato, qualcosa di immediatamente riconoscibile e condivisibile, pulsante e vivificante e per cui valga la pena spendersi, vivere e morire: quel vuoto è in fondo uno dei motivi della profondissima crisi di senso e di scopo che ormai frastaglia l'occidente.

          Assunte quelle premesse, è facile anche risolvere le domande retoriche che Galli della Loggia pone all'inizio, ad esempio non rendendosi conto della inutilità (e insensatezza) di impostare ancora la questione in senso etico-morale, con la dicotomia buoni/cattivi, aggressore/aggredito: è proprio questo parametro che l'opinione pubblica ormai rigetta e ripulsa, moto spontaneo e viscerale che nasce da 80 anni di esperienza di americanismo e occidentalismo stratificatisi su ogni sorta di ipocrisia criminale: guerre di aggressione spacciate come umanitarie e democratiche, pulsioni totalitariste, volendo imporre il proprio "modello" a tutto il mondo, non tenendo in conto l'esistenza (legittimata, guarda caso, proprio dalla storia) di qualsivoglia alterità: al momento del dunque, questa enorme trave nell'occhio dell'occidente rende difficile non far soppesare (ai popoli europei) o introiettare (in senso antioccidentale e antiamericano, per come si sono squadernati negli ultimi 8 decenni) le "ragioni" della Russia: alla favoletta dei buoni (l'occidente) contro i "cattivi" (tutti gli altri) non crede più nessuno - e rifiutata questa propaganda, difatti non resta più niente dell'occidente, non è nemmeno più individuabile nè geograficamente nè politicamente e soprattutto valorialmente.

          Le elite fanno appelli ai "valori" europei, ma a quale moto sentimentale o di appartenenza si vuol far ricorso? Ci si può stringere a "coorte" attorno ai "valori" del "mercato comune"? O a difesa di quel ciclopico organismo disanimato, fatto di regole indecifrabili, ideologie astratte, algide elencazioni burocratiche che è l'UE? A nome di chi parlano le von der Leyen? Oligarchie che vanno da tempo per i fatti loro, ma adesso che è il momento di voltarsi e saggiare quante schiere sei capace di portarti dietro in una lotta per la "sopravvivenza", raggelante, ma non inattesa o sorprendente, giunge la visione: nessuno ti segue, c'è il deserto alle spalle e, quel che è peggio, anche davanti.
          ...ma di noi
          sopra una sola teca di cristallo
          popoli studiosi scriveranno
          forse, tra mille inverni
          «nessun vincolo univa questi morti
          nella necropoli deserta»

          C. Campo - Moriremo Lontani


          Commenta

          • Sean
            Csar
            • Sep 2007
            • 124688
            • 4,135
            • 3,877
            • Italy [IT]
            • In piedi tra le rovine
            • Send PM

            Attentato a Bondi Beach, a Sydney: «Almeno 10 morti e 18 feriti». Era in corso la festa ebraica di Hanukkah

            Sparatoria a Bondi Beach, Sydney, una delle spiagge più famose d'Australia, mentre era in corso un festeggiamento ebraico: secondo quanto riferito dalla polizia, almeno 10 persone sono morte e altre 18 sono rimaste ferite. «Neutralizzati» i due killer: uno di loro è stato ucciso dalla polizia​

            Attentato a Bondi Beach, a Sydney, la spiaggia più famosa d'Australia.

            Mentre si avvicinava la prima serata della festività ebraica di Hannukkah, intorno alle 18.40, ora di Sydney - le 8.40 di domenica mattina, in Italia - due persone hanno iniziato a sparare sulla folla.​

            Secondo un primo bilancio ufficiale, i morti sono almeno10, i feriti almeno 18.

            La polizia ha detto di aver «neutralizzato» due persone sospette. Dei due attentatori, uno è stato ucciso (e fa parte del conteggio sul numero dei morti), mentre l'altro versa in condizioni critiche (e anche lui è conteggiato nel numero totale dei feriti diffuso dalla polizia).

            Tra le vittime, secondo quanto riferito da un portavoce della comunità ebraica locale al Times of Israel, c'è anche il rabbino di Sydney Eli Schlanger.

            La dinamica

            Secondo quanto è possibile ricostruire attraverso i diversi video apparsi sui social, due attentatori - uno vestito completamente di nero; l'altro con una maglia nera e pantaloni bianchi - arrivano a Bondi Beach poco dopo le 18:30, ora locale.

            Iniziano a sparare decine di colpi, seminando il panico nella folla, che inizia a fuggire.

            Nei video si vedono diverse persone a terra, coperte di sangue: alcune - immobili - al di fuori di una vettura bianca, altre intorno a tavolini da camping.

            I due attentatori, a quel punto, si dividono: mentre uno resta su un ponte pedonale che collega il parcheggio alla spiaggia, sparando da posizione rialzata, l'altro si dirige su una stradina che corre parallela alla linea di costa, sotto il ponte stesso, per continuare a sparare.

            L'uomo che disarma l'attentatore

            A quel punto - come mostrato da un altro filmato - uno dei killer viene disarmato da un passante. Approfittando di un momento di distrazione del killer, un uomo infatti riesce a prendere al collo l'attentatore, e a disarmarlo.

            Non è chiaro poi se l'uomo - che punta il fucile verso l'attentatore - gli spari (ferendolo leggermente) o non lo faccia, né perché abbia deciso - in questo secondo caso - di non farlo.

            Si vede però l'attentatore allontanarsi, lentamente; mentre l'uomo che lo ha disarmato appoggia a un albero il fucile utilizzato dal killer.

            Lo sparatore si sposta a quel punto sul ponte, dove si trova il suo complice.

            Ed è lì che viene poi raggiunto dagli spari delle forze dell'ordine, a quel punto accorsi in massa per porre fine alla sparatoria.​

            La festa ebraica di Hanukkah e l'ira di Israele

            Nella popolare spiaggia erano in corso celebrazioni per il primo giorno della festività ebraica di Hanukkah. Secondo quanto riportato dalla Bbc, un volantino digitale dell'evento, denominato Chanuka by the Sea 2025, indica che si sarebbe dovuto tenere vicino al parco giochi per bambini della spiaggia a partire dalle ore 17 di domenica.

            Il presidente israeliano Isaac Herzog ha condannato la sparatoria, definendola un «crudele attacco contro gli ebrei» e ha esortato le autorità
            australiane a «combattere contro l'enorme ondata di antisemitismo che sta affliggendo la società australiana».

            Più dure le parole del ministro degli Esteri israeliano, Saar: «Oggi si sono realizzati gli auspici di chi chiedeva di "globalizzare l'intifada". Il governo australiano, che aveva ricevuto innumerevoli segnali di allarme, deve finalmente prendere coscienza di quanto sta avvenendo. Questo non è che il risultato finale degli attacchi antisemiti che si sono visti, negli ultimi due anni, in Australia».

            «Il moltiplicarsi di crisi, le tensioni croniche in Medio Oriente, il dramma delle popolazioni in ostaggio dei conflitti, il ciclo di attacchi-vendette-ritorsioni formano una miscela tossica che si trasforma in una forte spinta a colpire», spiega Guido Olimpio, nella sua analisi.

            Le testimonianze

            «Pensavamo fossero fuochi d'artificio, ma non lo erano, era qualcosa di molto peggio», ha detto ad Abc News Elizabeth Mealey, ex giornalista, che
            stava cenando in un ristorante vicino alla spiaggia quando ha sentito degli spari.

            «La gente ha iniziato a correre verso la spiaggia, è stato il panico. La gente se ne stava lì ferma, senza sapere cosa stesse succedendo, è spaventoso. Ci è sembrato che ci sia voluto molto tempo per sentire una sirena. È un pandemonio e non sappiamo davvero cosa stia succedendo. A questo punto, diamo per scontato che sia finita, ma nessuno lo sa davvero», ha concluso. «È terrificante».

            «Io e la mia coinquilina francese stavamo passeggiando proprio sul tratto di spiaggia dov’è successo tutto», ha detto invece al Corriere Letizia Prete, studentessa italiana di 25 anni. «All’improvviso si sono sentiti dei botti e abbiamo capito subito che erano spari. Nel giro di un minuto la spiaggia che era piena di gente si è svuotata. Le persone correvano per scappare via da lì e correndo inciampavano, cadevano, c’era un gran caos e quelli continuavano a sparare. Non ho visto sangue o morti, ho pensato solo a scappare».​

            CorSera
            ...ma di noi
            sopra una sola teca di cristallo
            popoli studiosi scriveranno
            forse, tra mille inverni
            «nessun vincolo univa questi morti
            nella necropoli deserta»

            C. Campo - Moriremo Lontani


            Commenta

            • Arturo Bandini
              million dollar boy
              • Aug 2003
              • 33035
              • 1,140
              • 660
              • Send PM

              ora e nel prossimo futuro vedremo a cosa ha portato la narrazione pro pal, sono sicuro che assisteremo a una nuova fase di attentati islamici in grande stile.
              Questo era l'intento di Hamas attaccando israele: suscitare una reazione contro i palestinesi per rinsaldare l'odio islamico e le cellule silenti

              Commenta

              • Sean
                Csar
                • Sep 2007
                • 124688
                • 4,135
                • 3,877
                • Italy [IT]
                • In piedi tra le rovine
                • Send PM

                Vertice di Berlino, l'offerta Usa per Kiev: garanzie simil-Nato e una forza multinazionale europea

                Trump: mai così vicini alla pace. Witkoff e Kushner: «La proposta non è per sempre»​

                Per la prima volta dal 2022, dice il cancelliere Merz, un cessate il fuoco è possibile. Ma per la prima volta, «ciò che gli Stati Uniti hanno messo sul tavolo qui a Berlino, dal punto di vista materiale e giuridico, è notevole». Ossia le garanzie stile articolo 5 della Nato, un impegno militare Usa a fianco dell’Ucraina — come chiede l’Europa — stavolta è scritto nero su bianco nell’accordo.

                Da questo impegno, che Steve Witkoff e Jared Kushner hanno preso a nome di Donald Trump, l’America difficilmente può tornare indietro. E infatti, dalla Casa Bianca, Trump interviene così: siamo «più vicini a un accordo di pace di quanto lo siamo mai stati», «abbiamo avuto numerose conversazioni con il presidente Putin» e siamo «molto vicini» alla pace». Per gli europei, queste garanzie uscite da Berlino ipotizzano, per la prima volta, una presenza militare in Ucraina.

                Un giorno e mezzo di negoziati. Una cena tra leader Volenterosi. E l’ottimismo della volontà. Sono le 17.30 quando Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz compaiono fianco a fianco in cancelleria. Non concedono quasi sorrisi, sono concentrati, si respira la gravitas delle grandi occasioni. Steve Witkoff e Jared Kushner in una call con i giornalisti americani hanno appena detto che «c’è l’accordo sul 90% delle questioni».

                Cosa resti fuori dall’accordo, è presto detto. I territori. E quella zona del Donbass, da cui gli americani chiedono agli ucraini di ritirarsi, per farne una «zona economica libera» e smilitarizzata. È lo stesso Zelensky ad ammetterlo: «Ci sono posizioni differenti, sarò completamente sincero su questo». Si può aggirare l’ostacolo, come dice Merz, in un unico modo. «Far decidere il popolo ucraino», ossia con un referendum, demandando la definizione dei territori ai due presidenti, Trump e Zelensky.​

                Allo stesso piano, dove un grande albero di Natale è addobbato con palline di vetro dai riflessi di bronzo, dietro a due grandi vetrate, dal pomeriggio i camerieri preparano i tredici tavoli per la cena serale. Una bandiera su ogni tavolo, quella ucraina è al centro. È qui, mentre i giornalisti vengono fatti scemare e portati fuori dalla cancelleria, che entrano le tredici delegazioni, con i tredici leader. Arrivano Keir Starmer, Emmanuel Macron, Giorgia Meloni, Alexander Stubb, Mette Frederiksen, Donald Tusk, Ulf Kristersson, Dick Schoof e Jonas Gahr Støre; per l’Europa Ursula von der Leyen, António Costa e Mark Rutte della Nato. In questa cena apparecchiata da Merz — da cui pochissimo trapelerà, ai giornalisti è stato vietato perfino fotografare la sala vuota — viene finalmente condiviso con i Volenterosi, con i leader dei Paesi, quanto i negoziatori si sono detti.

                Un comunicato, mentre la cena è in corso, spiega meglio queste «garanzie materiali e giuridiche».

                Si prevede «un sostegno duraturo e significativo all’Ucraina per costruire le sue forze armate»; di «istituire una “forza multinazionale per l’Ucraina” a guida europea, composta da contributi dei Paesi disponibili nell’ambito della Coalizione dei Volenterosi e sostenuta dagli Stati Uniti». Per quel che riguarda i territori, si legge, ci sarà «un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco a guida statunitense, con partecipazione internazionale»; infine, «un impegno giuridicamente vincolante, soggetto alle procedure nazionali, ad adottare misure per ristabilire la pace e la sicurezza in caso di un futuro attacco armato» (che sarebbe la formulazione dell’articolo 5).

                Gli americani fanno sapere, sempre con Witkoff e Kushner che l’offerta «non è per sempre». Però annunciano anche un nuovo round di negoziati, forse anche con i russi, a Miami. Con sublime formula giuridica, il documento finale afferma che «nulla è deciso finché tutto non è deciso». Dai russi non è arrivato in tutto questo tempo un solo segnale positivo. Però questa è una vera offerta per un cessate il fuoco — che permetta alle due parti finalmente di incontrarsi. Così come arriva anche un appello di Merz ai russi: accettate un cessato il fuoco almeno per Natale.

                CorSera
                ...ma di noi
                sopra una sola teca di cristallo
                popoli studiosi scriveranno
                forse, tra mille inverni
                «nessun vincolo univa questi morti
                nella necropoli deserta»

                C. Campo - Moriremo Lontani


                Commenta

                • Sean
                  Csar
                  • Sep 2007
                  • 124688
                  • 4,135
                  • 3,877
                  • Italy [IT]
                  • In piedi tra le rovine
                  • Send PM

                  Zelensky: “Non riconosceremo il Donbass come territorio russo”
                  "L'Ucraina non riconoscerà il Donbass come territorio russo, né de jure né de facto". Lo ha dichiarato - come riporta l'agenzia Unian - il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, rispondendo alle domande dei giornalisti a margine del vertice di Berlino. "Non vogliamo rinunciare al nostro Donbass. Gli americani vogliono trovare un compromesso e offrono una zona economica libera, che non significa sotto la guida della Federazione Russa", ha aggiunto il presidente. Poi ha concluso: "Nonostante tutto, discuteremo la questione territoriale. È uno dei punti chiave su cui non abbiamo ancora raggiunto un consenso".

                  Repubblica
                  ...ma di noi
                  sopra una sola teca di cristallo
                  popoli studiosi scriveranno
                  forse, tra mille inverni
                  «nessun vincolo univa questi morti
                  nella necropoli deserta»

                  C. Campo - Moriremo Lontani


                  Commenta

                  • Sean
                    Csar
                    • Sep 2007
                    • 124688
                    • 4,135
                    • 3,877
                    • Italy [IT]
                    • In piedi tra le rovine
                    • Send PM

                    Non penso di essere un granchè in errore se affermo che in tutta intera la storia umana non si è mai vista una tale congrega di idioti all'opera, entro una sorta di realtà parallela, una storia fantasy, nel mentre dietro allo schermo si sta svogendo la storia reale con tutto il suo immane portato tragico e cataclismatico.

                    Da una parte leggo queste notizie tinte col rosa dell'ottimismo, come se mancasse davvero un soffio per agguantare una "pace"...però basta spegnere il proiettore, togliere lo schermo e dietro vedo che

                    1) Zelensky i territori non vuole mollarli "nè de jure e nè de facto", e potremmo finirla qua, buttando nel cesso tutti gli articoli di stamane e, visto che ci siamo, anche quei perditempo autoproclamatisi "volenterosi"

                    2) suddetti "volenterosi" che ripropongono, a garanzia della "pace": "una forza multinazionale europea" in Ucraina...cioè a dire rientrare militarmente dal portone ad un metro dalla Russia nel mentre quella ha fatto la guerra (anche) perchè la Nato stava infilandosi in Ucraina dalla finestra

                    Che gioco è? Quello dei deficienti.

                    I territori non devono essere lasciati come "ultimo punto" ma messo in cima, è il primo dei nodi da risolvere, senza il quale tutto il resto del cascame è un riunirsi a vuoto, tanto più che la Russia è determinata a sciogliere quel nodo come fece Alessandro a Gordio: con la spada, tagliandolo.
                    ...ma di noi
                    sopra una sola teca di cristallo
                    popoli studiosi scriveranno
                    forse, tra mille inverni
                    «nessun vincolo univa questi morti
                    nella necropoli deserta»

                    C. Campo - Moriremo Lontani


                    Commenta

                    • Sergio
                      Administrator
                      • May 1999
                      • 88969
                      • 2,482
                      • 3,534
                      • United States [US]
                      • Florida
                      • Send PM

                      Originariamente Scritto da Sean Visualizza Messaggio
                      Attentato a Bondi Beach, a Sydney: «Almeno 10 morti e 18 feriti». Era in corso la festa ebraica di Hanukkah.....................
                      Due cose degne di nota.

                      - La prima è una mia personale, non capisco perchè molti ce l'hanno a morte (per l'appunto) con gli Ebrei, anche ieri stavo guardando un documentario su Hitler, la Germania, boh...

                      - La seconda è che gli Australiani hanno già dato un giro di chiave alla disponibilità delle armi adottando ulteriori restrizioni. Giustamente, non sono americani questi.

                      Commenta

                      • M K K
                        finte ferie user
                        • Dec 2005
                        • 70202
                        • 3,833
                        • 2,824
                        • Macao [MO]
                        • Miami
                        • Send PM

                        Io ho conosciuto due famiglie di Ebrei di New York , tra l'altro ipotizzo con lep ezze al culo...tra i clienti poi antipatici in assoluto , persone odiose in tutto...lavorando con il 90% usa texani e californiani di certo medio e varie origini un idea su perché stiano antipatici me la sono fatta
                        Ogni mio intervento e' da considerarsi di stampo satirico e ironico ,cosi come ogni riferimento alla mia e altrui persone e' da intendersi come mai realmente accaduto e di pura fantasia. In nessun caso , il contenuto dei miei interventi su questo forum e' atto all' offesa , denigrazione o all odio verso persone o idee.
                        Originariamente Scritto da Bob Terwilliger
                        Di solito i buoni propositi di contenersi si sfasciano contro la dura realtà dell'alcolismo.

                        Commenta

                        • KURTANGLE
                          Inculamelo: l'ottavo nano...quello gay
                          • Jun 2005
                          • 37162
                          • 1,630
                          • 3,173
                          • Borgo D'io
                          • Send PM

                          Originariamente Scritto da M K K Visualizza Messaggio
                          Io ho conosciuto due famiglie di Ebrei di New York , tra l'altro ipotizzo con lep ezze al culo...tra i clienti poi antipatici in assoluto , persone odiose in tutto...lavorando con il 90% usa texani e californiani di certo medio e varie origini un idea su perché stiano antipatici me la sono fatta

                          commento GENIALE
                          Originariamente Scritto da SPANATEMELA
                          parliamo della mezzasega pipita e del suo golllaaaaaaaaaaaaazzzoooooooooooooooooo contro la rubentus
                          Originariamente Scritto da GoodBoy!
                          ma non si era detto che espressioni tipo rube lanzie riommers dovevano essere sanzionate col rosso?


                          grazie.




                          PROFEZZOREZZAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA

                          Commenta

                          • M K K
                            finte ferie user
                            • Dec 2005
                            • 70202
                            • 3,833
                            • 2,824
                            • Macao [MO]
                            • Miami
                            • Send PM

                            Faccio di tutta l'erba un fascio.
                            .
                            Ogni mio intervento e' da considerarsi di stampo satirico e ironico ,cosi come ogni riferimento alla mia e altrui persone e' da intendersi come mai realmente accaduto e di pura fantasia. In nessun caso , il contenuto dei miei interventi su questo forum e' atto all' offesa , denigrazione o all odio verso persone o idee.
                            Originariamente Scritto da Bob Terwilliger
                            Di solito i buoni propositi di contenersi si sfasciano contro la dura realtà dell'alcolismo.

                            Commenta

                            • Sean
                              Csar
                              • Sep 2007
                              • 124688
                              • 4,135
                              • 3,877
                              • Italy [IT]
                              • In piedi tra le rovine
                              • Send PM

                              Germania, l’allarme choc degli industriali: «È la crisi peggiore dal 1949, il nostro modello è al capolinea»

                              Il presidente della Confindustria tedesca Leibinger: «Il Paese rischia una deindustrializzazione irreversibile. La Cina ha copiato il nostro modello». Crescita zero e 3 milioni di disoccupati

                              Ancora cattive notizie dalla Germania. Peter Leibinger, presidente della BDI, la Confindustria tedesca, sostiene che il clima nel Paese è «estremamente negativo, in parte addirittura aggressivo». E che «le aziende sono profondamente deluse». In un’intervista alla Süddeutsche Zeitung, emerge un quadro allarmante anche per l’Italia, di cui la Germania è il principale partner commerciale.

                              E’ «la crisi economica più grave dalla fondazione della Repubblica Federale» nel 1949, afferma Leibinger. Non si tratta di una semplice congiuntura negativa ciclica, ma di una crisi strutturale profonda, sottolinea. Il timore è di una «deindustrializzazione irreversibile». Se un uomo noto per la moderazione e i toni pacati usa toni apocalittici, significa che la situazione è estremamente grave. I «campanelli d'allarme devono suonare», perché il modello economico tedesco è sotto attacco su più fronti: costi dell'energia, burocrazia, competizione globale, avverte il numero uno degli industriali.​

                              Investimenti in infrastrutture e digitale, ma l'economia ristagna

                              I numeri gli danno ragione. Nonostante la «rivoluzione» del Cancelliere Merz, che in primavera ha allentato il freno al debito previsto dalla costituzione, esentando le spese militari e stanziando 500 miliardi di investimenti (nell’arco di 10-12 anni) in infrastrutture e digitalizzazione, l'economia reale ristagna. Berlino chiuderà l’anno con un Pil stimato tra 0 e +0,1%, secondo le stime del Consiglio degli esperti economici, e quasi 3 milioni di disoccupati secondo l’Ifo (il settore manifatturiero ha perso oltre 500 mila posti di lavoro dai picchi pre-Covid), mentre il tasso di disoccupazione è salito al 6,3%.

                              La crisi dell’automotive

                              Il simbolo di questo declino è l'industria automotive. Il settore, fiore all'occhiello del Made in Germany, deve fare i conti con la concorrenza aggressiva dei veicoli elettrici cinesi a basso costo e gli alti costi energetici. I ritardi nell'innovazione digitale e nelle batterie, inoltre, hanno reso colossi come Volkswagen vulnerabili, portando a piani di ristrutturazione e chiusure di impianti che fino a pochi anni fa erano impensabili.​

                              Il problema è che i soldi per le infrastrutture (ponti, ferrovie) sono lenti da spendere a causa della burocrazia tedesca. Inoltre, la riforma del nuovo governo ha aiutato la difesa (Rheinmetall, Hensoldt) e l'edilizia pubblica, ma non ha abbassato i costi operativi immediati per le aziende private energivore. Le tasse sulle imprese rimangono tra le più alte dell'Ocse e il prezzo dell'elettricità è ancora doppio rispetto agli Stati Uniti o alla Cina. Leibinger nota che, nonostante i soldi, c'è una «atmosfera aggressiva» contro il governo perché le aziende non vedono sollievo nei loro bilanci attuali, ma solo promesse di cantieri futuri.

                              La competizione con la Cina

                              L’intervista tocca un altro nervo scoperto: la competizione della Cina, che Leibinger accusa apertamente di aver «copiato il modello tedesco». Secondo il presidente della BDI, la Germania ha commesso l’errore strategico di credere che la divisione del lavoro sarebbe durata per sempre: la Germania forniva le macchine e la tecnologia (il know-how), mentre la Cina forniva la manodopera e il mercato di massa.

                              Il «modello Germania» è entrato in crisi

                              Invece la Cina ha studiato meticolosamente il «Modello Germania», basato su un forte surplus commerciale, manifattura avanzata e le hidden champions, cioè le medie imprese leader mondiali. Pechino non si è infatti limitata a comprare prodotti tedeschi; ha usato gli ultimi 20 anni per assorbire la tecnologia e i processi produttivi tedeschi, spesso tramite joint venture forzate. Ora la Cina ha replicato quel modello ma su una scala immensamente più grande e con costi inferiori. Non hanno più bisogno dei macchinari tedeschi perché sono loro a produrli e a venderli sul mercato globale, diventando diretti concorrenti della Germania nei settori ad alto valore aggiunto (auto elettriche, macchinari industriali, chimica).​

                              Il malato d’Europa e il tempo delle riforme

                              In un momento in cui la Germania si trova spesso descritta come il «malato d'Europa», non c'è più tempo per le riforme graduali. Serve piuttosto una terapia d'urto per salvare il sistema industriale tedesco, ma questa terapia deve rimanere all'interno del perimetro democratico ed europeista, escludendo le frange estremiste, come l’AfD. Per l'industria tedesca, orientata all'export e dipendente dall'apertura dei mercati e dall'attrazione di talenti stranieri, l'isolazionismo e la xenofobia dell'AfD rappresentano un «veleno», sostiene infatti il presidente della BDI.​

                              CorSera
                              ...ma di noi
                              sopra una sola teca di cristallo
                              popoli studiosi scriveranno
                              forse, tra mille inverni
                              «nessun vincolo univa questi morti
                              nella necropoli deserta»

                              C. Campo - Moriremo Lontani


                              Commenta

                              • Sean
                                Csar
                                • Sep 2007
                                • 124688
                                • 4,135
                                • 3,877
                                • Italy [IT]
                                • In piedi tra le rovine
                                • Send PM

                                L’Ue è costosa, bloccata e illusa su Mosca. La corsa al riarmo non la difenderà

                                Il meccanismo di Bruxelles la rende impotente di fronte ai sovranismi. Che rapporto vogliamo con la vicina Russia?

                                (Massimo Cacciari – lastampa.it) – Un serio esame di coscienza dovrebbe imporsi, i nudi dati lo imporrebbero alla vecchia Europa, non Trump o Putin o Xi Jinping. Il nostro prodotto lordo era nel 1990 il 25% di quello globale e ora siamo al 14%; i settori industriali trainanti, quello dell’auto in primis, si dibattono in una crisi irreversibile; la regressione demografica (oggi l’Ue è il 5% della popolazione mondiale, pur detenendo ancora oltre il 20% della ricchezza personale) è arrestabile soltanto con una strategia complessiva sull’immigrazione, che oggi non solo manca, ma viene contrastata da diversi Paesi. Pensare che ciò derivi da un destino cinico e baro difronte al quale le umane decisioni risultano impotenti sarà anche consolatorio, ma può aiutarci a uscire dalla crisi ancora meno delle volenterose quanto vuote declamazioni su eserciti e guerre. Correre al riarmo potrà servire come aiuto di Stato a industrie precarie, ma non ha nulla a che fare con autentiche strategie di difesa comune e deterrenza.

                                L’assetto amministrativo e politico dell’Unione costituisce un fattore determinante del suo arretramento economico e produttivo. Ha finito col prevalere uno sciagurato combinato disposto tra ideologie neo-liberiste e centralismo burocratico-tecnocratico. Da un lato, abbandono delle politiche ridistributive, fiscali e finanziarie degli anni dello “Stato sociale”, dall’altro liquidazione del principio di sussidiarietà e centralizzazione delle scelte all’interno degli apparati tecnici degli organi dell’Unione. Organi privi di ogni diretta legittimazione democratica. Così si è giunti a un Parlamento fantasma (e lo stanno diventando anche tutti quelli nazionali), a una Commissione che funge di fatto come Esecutivo, a un Consiglio che decide di non decidere, stante l’assoluta prevalenza del principio di sovranità nazionale almeno in tutti i Paesi entrati nel corso dell’ultimo ventennio.

                                Si tratta di un meccanismo anchilosato, costosissimo, del tutto inefficiente non soltanto nel collocare le proprie risorse a favore di un’imprenditoria giovane, dinamica, competitiva, ma anche nel rendere convergenti le politiche nazionali in campo sociale e fiscale, nell’eliminare clamorose contraddizioni e disuguaglianze. Un meccanismo impotente nei confronti dei vari “sovranismi” e forte soltanto contro i legittimi interessi dei “corpi intermedi” dell’agricoltura, dell’artigianato, del commercio. Norme, regole, blocchi di ogni genere per quest’ultimi; libertà “senza precauzione” per i grandi gruppi della informazione, delle nuove tecnologie, dell’industria delle armi, della farmaceutica, ecc. È evidente per chiunque non sia in malafede che così l’Unione non può continuare senza liquidarsi come soggetto politico all’interno dei nuovi equilibri internazionali. Resta tutto da vedere se vi siano o possano esprimersi energie in grado di farle cambiare rotta, riaffermando quei principi sui quali essa era pure nata.

                                Sono sempre le guerre a segnare le crisi più profonde di un organismo politico. Esse possono affondarlo definitivamente come pure creare le condizioni per l’affermarsi di nuove èlites dirigenti. La guerra attuale tra Russia, da un lato, e Ucraina e Nato, dall’altro, rappresenta forse un bivio di questo tipo. L’Europa è costretta a riscoprire la propria vitale relazione con la Russia. Vissuta fino a ieri all’ombra del confronto a tutto campo tra Usa e Russia. Da quell’ombra protettiva l’Europa è uscita. Gli Stati Uniti – almeno quelli di Trump, ma io credo che la svolta sarà irreversibile – hanno dichiarato con assoluta franchezza che il Nemico per loro non è più la Russia, che da quella parte non viene più per loro alcun serio pericolo. Ed hanno ragione, è pura Realpolitik.

                                L’Europa, allora, è chiamata a decidere da sola: che rapporto vuole con la sua metà orientale? Costruire attraverso patti e trattati – tutto quello che è mancato alla fine della Guerra Fredda – una situazione che renda possibili scambi, commerci, intese di ogni tipo, oppure un confronto economico e militare che si arrischia fino a ritenere possibile la stessa Grande Guerra? Chi attualmente governa in Europa – con livelli incredibilmente bassi di consenso, almeno in alcuni Stati chiave – ha il dovere di dire con chiarezza quale strada intenda percorrere. La prima, quella dei trattati, è scritta da tempo. È quella degli accordi di Minsk del 12 febbraio del 2015, sottoscritti da Putin, Poroshenko, Hollande e Merkel, “benedetta” dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu di pochi giorni dopo. Cito: l’Ucraina, di cui si riconosce la piena sovranità e integrità territoriale, si impegna «a realizzare una riforma costituzionale che dovrà entrare in vigore alla fine del 2015, che disponga una decentralizzazione, come suo elemento chiave, adottando una legislazione sullo stato speciale delle regioni di Donetsk e Luhansk».

                                Accordi subito respinti dalla maggioranza che defenestrò Poroshenko, che cambiò sì la Costituzione, ma solo per introdurvi la decisione di entrare nella Nato. Sarà possibile tornare sui termini di Minsk? Ve ne sono di più ragionevoli dopo anni di massacri? Saranno così forti – perché qui davvero ci vuole forza morale e politica, dopo una tale guerra – le leadership ucraine e russe da riconoscere che l’alternativa è soltanto la continuazione dello scontro a “intensità controllata” – oppure una guerra totale, distruttiva per tutta Europa, occidentale e orientale? L’andamento del conflitto può magari aver convinto Putin di poter ottenere molto più di quanto dieci anni fa aveva sottoscritto. E i “Volenterosi” fingere di esser convinti che la Russia può uscire ancora sconfitta, stremata da sanzioni e spese militari.

                                Sarebbero errori clamorosi, opposti e complementari. Pagati in primis dal popolo ucraino. Ma anche dall’idea stessa di Europa, per la conclamata impotenza a prevenire e impedire guerre al suo interno, per il fallimento della sua dichiarata volontà di rifiutarle come mezzo per la soluzione dei conflitti, per la malafede con cui il suo ceto dirigente copre oggi le debolezze strategiche delle proprie politiche economiche, sociali, di ricerca e sviluppo, e della propria posizione internazionale, sbeffeggiata o quasi dal suo primo alleato, con retoriche chiamate alle armi, e magari sotto il comando tedesco

                                La Stampa

                                ...ma di noi
                                sopra una sola teca di cristallo
                                popoli studiosi scriveranno
                                forse, tra mille inverni
                                «nessun vincolo univa questi morti
                                nella necropoli deserta»

                                C. Campo - Moriremo Lontani


                                Commenta

                                Working...
                                X