Trump si prende il Venezuela (col petrolio) e umilia Maduro
Donald scarica la Nobel Machado: “Ora tocca a noi” Ma il tycoon dice: “Difficile”. E Rubio minaccia: “Vivessi a Cuba sarei preoccupato”
“Governeremo il Paese”. È l’occupazione del Venezuela che Donald Trump annuncia dopo la cattura di Nicolás Maduro. È un’occupazione di cui non si conoscono al momento i dettagli. Chi governerà il Venezuela? Ci sarà una presenza militare Usa? L’unica cosa certa è che gli Stati Uniti, con una mossa che ricorda le più aggressive azioni coloniali tra Otto e Novecento, hanno messo le mani sul petrolio venezuelano. Il regime change a Caracas, che l’amministrazione Usa ha sempre negato di volere, è realtà. E Cuba potrebbe essere il prossimo obiettivo.
“Oil. Oil. Oil”. La parola petrolio è quella risuonata più spesso nella conferenza stampa di Trump ieri a Mar-a-Lago. Circondato dal segretario di stato Marco Rubio, da quello alla Difesa Pete Hegseth e dal capo delle forze armate Dan Caine, il presidente non ha mascherato le sue reali intenzioni. Ha detto che toccherà alle compagnie petrolifere Usa “riparare le infrastrutture energetiche” del Venezuela. Ha spiegato che la presenza militare americana sarà “di appoggio allo sfruttamento del petrolio”. “Venderemo grandi quantità di petrolio alla Cina e ad altre nazioni”, ha chiarito Trump, aggiungendo che il Venezuela sarà governato da un “gruppo” che, oltre a Rubio, Hegseth, Caine, includerà politici venezuelani. Il cuore dell’intervento Usa è dunque economico e strategico. Il Venezuela, che possiede circa il 17% delle riserve petrolifere mondiali, viene riportato dall’amministrazione Trump sotto il diretto controllo delle compagnie del Big Oil che, con la parziale eccezione di Chevron, erano state allontanate dal Paese a partire dalla nazionalizzazione del 1976. Sicuramente il controllo del petrolio venezuelano da parte americana rappresenta un importante strumento geopolitico nei confronti della Cina, che già acquista l’80% delle risorse venezuelane.
Quello che appare meno chiaro è come si articolerà la strategia Usa. Trump ha detto che la presidente ad interim venezuelana, Delcy Rodriguez, ha parlato con Rubio e che “è disposta a fare ciò che riteniamo necessario”. In realtà, Rodriguez ha parlato di “brutale invasione” e in un discorso alla nazione, circondata dai leader di governo e delle forze armate, ha detto che i venezuelani “non saranno mai più schiavi, non saranno mai più una colonia”. L’opposizione venezuelana a Maduro si è fatta sentire, invece, con la Nobel Machado: “Siamo pronti a governare, tocca al presidente legittimo Edmundo Gonzales”. Per Trump, però, questo “è molto difficile, Machado è una donna molto simpatica, ma non ha il sostegno”.
Trump non ha poi davvero chiarito la natura della presenza Usa, che non ha un’ambasciata a Caracas dal 2019. Ha detto di “non aver paura” che i soldati americani siano fisicamente presenti in Venezuela. Ma non ha nemmeno detto di volerli mandare. Sulla durata dell’operazione ha risposto elusivamente: “Servirà un po’ di tempo”. L’insistenza sulla questione petrolio ha messo in secondo piano ciò che l’amministrazione ha sostenuto per mesi, e cioè che Maduro è un “boss della droga”, a capo della gang Tren de Aragua: accusa di cui non c’è prova. È toccato a Rubio ricordare che l’operazione di ieri è stata ordinata dal Dipartimento di Giustizia, sulla base delle accuse di narcoterrorismo che dal 2020 un tribunale di Manhattan ha mosso contro il presidente venezuelano. Per questo, secondo Rubio, non c’è stata necessità costituzionale di informare i leader del Congresso, i democratici ovviamente protestano. Proprio davanti al Southern District di Manhattan Maduro e la moglie appariranno in queste ore.
Sull’operazione militare che ha portato alla loro cattura il generale Caine ha detto che la missione è durata due ore e venti, che sono stati utilizzati 150 aerei da guerra, che hanno smantellato le difese aeree venezuelane per consentire agli elicotteri di raggiungere Caracas. In conferenza stampa è stata anche palesemente minacciata Cuba. Alla domanda se gli Usa preparano un’altra azione militare, Rubio ha risposto: “Vivessi all’Avana e fossi nel governo, sarei un po’ preoccupato”.
Il Fatto
Donald scarica la Nobel Machado: “Ora tocca a noi” Ma il tycoon dice: “Difficile”. E Rubio minaccia: “Vivessi a Cuba sarei preoccupato”
“Governeremo il Paese”. È l’occupazione del Venezuela che Donald Trump annuncia dopo la cattura di Nicolás Maduro. È un’occupazione di cui non si conoscono al momento i dettagli. Chi governerà il Venezuela? Ci sarà una presenza militare Usa? L’unica cosa certa è che gli Stati Uniti, con una mossa che ricorda le più aggressive azioni coloniali tra Otto e Novecento, hanno messo le mani sul petrolio venezuelano. Il regime change a Caracas, che l’amministrazione Usa ha sempre negato di volere, è realtà. E Cuba potrebbe essere il prossimo obiettivo.
“Oil. Oil. Oil”. La parola petrolio è quella risuonata più spesso nella conferenza stampa di Trump ieri a Mar-a-Lago. Circondato dal segretario di stato Marco Rubio, da quello alla Difesa Pete Hegseth e dal capo delle forze armate Dan Caine, il presidente non ha mascherato le sue reali intenzioni. Ha detto che toccherà alle compagnie petrolifere Usa “riparare le infrastrutture energetiche” del Venezuela. Ha spiegato che la presenza militare americana sarà “di appoggio allo sfruttamento del petrolio”. “Venderemo grandi quantità di petrolio alla Cina e ad altre nazioni”, ha chiarito Trump, aggiungendo che il Venezuela sarà governato da un “gruppo” che, oltre a Rubio, Hegseth, Caine, includerà politici venezuelani. Il cuore dell’intervento Usa è dunque economico e strategico. Il Venezuela, che possiede circa il 17% delle riserve petrolifere mondiali, viene riportato dall’amministrazione Trump sotto il diretto controllo delle compagnie del Big Oil che, con la parziale eccezione di Chevron, erano state allontanate dal Paese a partire dalla nazionalizzazione del 1976. Sicuramente il controllo del petrolio venezuelano da parte americana rappresenta un importante strumento geopolitico nei confronti della Cina, che già acquista l’80% delle risorse venezuelane.
Quello che appare meno chiaro è come si articolerà la strategia Usa. Trump ha detto che la presidente ad interim venezuelana, Delcy Rodriguez, ha parlato con Rubio e che “è disposta a fare ciò che riteniamo necessario”. In realtà, Rodriguez ha parlato di “brutale invasione” e in un discorso alla nazione, circondata dai leader di governo e delle forze armate, ha detto che i venezuelani “non saranno mai più schiavi, non saranno mai più una colonia”. L’opposizione venezuelana a Maduro si è fatta sentire, invece, con la Nobel Machado: “Siamo pronti a governare, tocca al presidente legittimo Edmundo Gonzales”. Per Trump, però, questo “è molto difficile, Machado è una donna molto simpatica, ma non ha il sostegno”.
Trump non ha poi davvero chiarito la natura della presenza Usa, che non ha un’ambasciata a Caracas dal 2019. Ha detto di “non aver paura” che i soldati americani siano fisicamente presenti in Venezuela. Ma non ha nemmeno detto di volerli mandare. Sulla durata dell’operazione ha risposto elusivamente: “Servirà un po’ di tempo”. L’insistenza sulla questione petrolio ha messo in secondo piano ciò che l’amministrazione ha sostenuto per mesi, e cioè che Maduro è un “boss della droga”, a capo della gang Tren de Aragua: accusa di cui non c’è prova. È toccato a Rubio ricordare che l’operazione di ieri è stata ordinata dal Dipartimento di Giustizia, sulla base delle accuse di narcoterrorismo che dal 2020 un tribunale di Manhattan ha mosso contro il presidente venezuelano. Per questo, secondo Rubio, non c’è stata necessità costituzionale di informare i leader del Congresso, i democratici ovviamente protestano. Proprio davanti al Southern District di Manhattan Maduro e la moglie appariranno in queste ore.
Sull’operazione militare che ha portato alla loro cattura il generale Caine ha detto che la missione è durata due ore e venti, che sono stati utilizzati 150 aerei da guerra, che hanno smantellato le difese aeree venezuelane per consentire agli elicotteri di raggiungere Caracas. In conferenza stampa è stata anche palesemente minacciata Cuba. Alla domanda se gli Usa preparano un’altra azione militare, Rubio ha risposto: “Vivessi all’Avana e fossi nel governo, sarei un po’ preoccupato”.
Il Fatto

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