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Attenzione: Calcio Inside! Parte III

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    [emoji837] Calcio [emoji460]?, è morto Sinisa Mihajlovic. Aveva 53 anni ed era malato da tempo.

    [emoji438] @ultimora

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    Originariamente Scritto da Sean
    Tu non capisci niente, Lukino, proietti le tue fissi su altri. Sei di una ignoranza abissale. Prima te la devi scrostare di dosso, poi potremmo forse avere un dialogo civile.

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      Che tremenda notizia...mi dispiace tantissimo

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      Originariamente Scritto da Sean
      Tu non capisci niente, Lukino, proietti le tue fissi su altri. Sei di una ignoranza abissale. Prima te la devi scrostare di dosso, poi potremmo forse avere un dialogo civile.

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        Letto in questo stesso momento.

        Rip.



        Originariamente Scritto da Giampo93
        Finché c'è emivita c'è Speran*a

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          Non me l'aspettavo così d'improvviso...sembrava stare "bene"...ma è tipico di queste malattie: stai "bene" fino al giorno prima e poi il crollo.

          Una morte che colpisce tutti.
          Last edited by Sean; 16-12-2022, 16:24:08.
          ...ma di noi
          sopra una sola teca di cristallo
          popoli studiosi scriveranno
          forse, tra mille inverni
          «nessun vincolo univa questi morti
          nella necropoli deserta»

          C. Campo - Moriremo Lontani


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            Mihajlovic è morto

            Sinisa Mihajlovic è morto a 53 anni: aveva scoperto la sua malattia - una leucemia mieloide acuta - per caso,nel 2019, giocando a padel. In Italia ha giocato per Roma, Sampdoria, Lazio e Inter; ha allenato Bologna, Fiorentina, Sampdoria, Milan e Torino. Lascia la moglie Arianna e 5 figli


            Sinisa Mihajlovic è morto oggi a causa della grave forma di leucemia che lo aveva colpito anni fa. L'allenatore di calcio ed ex calciatore serbo aveva 53 anni. Lascia la moglie Arianna e 5 figli, una delle quali gli aveva da poco dato una nipotina.

            È luglio, anno 2019, siamo nella sede di Casteldebole, il centro di allenamento del Bologna. Sinisa Mihajlovic qualche giorno prima, quando era ancora in vacanza in Sardegna, ha sentito un dolore all’adduttore, aveva dato la colpa al padel, agli allenamenti tosti a cui si sottoponeva anche a 50 anni, pensava a un’infiammazione.

            I medici del Bologna hanno insistito perché facesse degli approfondimenti e gli hanno appena presentato, con mille precauzioni, l’esito: leucemia. Pausa. «Ma con questa leucemia si vive o si muore?», la sua reazione, senza girarci attorno, dritta al punto.

            Con questa leucemia, oggi, Sinisa Mihajlovic è morto. Ed è un finale che strazia, dopo tre anni di lotta e di speranza, come in un libro scritto male la fine è arrivata per Natale, adattando Francesco Guccini e la sua storia ambientata sempre a Bologna.

            Ma per tre anni Sinisa ha vissuto, ha lottato, allenatore della sua stessa terapia, voleva sapere tutto da medici e infermieri: tre ricoveri e tre cicli di chemio, un trapianto, il ritorno in panchina a tempi record per la prima col Verona, gli occhi infossati, i chili persi, un altro sorriso dell’amatissima moglie Arianna (un colpo di fulmine tanti anni fa a Roma, «chissà che figli bellissimi verrebbero con lei», sono stati cinque: uno più bello dell’altro in effetti), gli allenamenti seguiti sull’iPad, la squadra sotto la finestra dell’ospedale a festeggiare le vittorie (e la sua ironia, graffiante, «non mi fanno uscire perché porta bene, perdete sennò mi tengono qui»), il festival di Sanremo con l’amico Zlatan Ibrahimovic, un esonero discusso, la nascita della nipotina Violante, figlia di Virginia, una ricaduta, altre cure, un altro trapianto.


            Vita. Complicata, diversa da quella di prima, ma vita.

            Dieci giorni fa Sinisa era comparso a sorpresa a Roma alla presentazione del libro di Zdenek Zeman, due irregolari che si sono sempre piaciuti. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stata la sua ultima uscita pubblica.

            Nell’autobiografia scritta con Andrea Di Caro, vicedirettore della Gazzetta dello Sport, Sinisa raccontava che era nato due volte, la prima il 20 febbraio 1969, a Vukovar, ex Jugoslavia, «era un giovedì e non ho pianto. Mi hanno raccontato che avevo già un’arietta da duro, hanno dovuto sculacciarmi tre volte per farmi emettere un urlo».

            La seconda il 29 ottobre 2019, all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna, grazie a un ragazzo americano, sconosciuto, che gli aveva donato il midollo osseo. Quella volta, Sinisa pianse eccome: doveva essere l’inizio di un percorso più lungo. Non era la stessa persona. Non era più quello che divideva, del «che c… guardi?» a chi soffermava lo sguardo, che veniva chiamato zingaro negli stadi, era il Sinisa che aveva contagiato tutti con la sua lotta e la sua debolezza, la sua sfida alla malattia «giocata attaccando e pressando alto», un Sinisa che non era abituato a trovare tutto questo consenso, lui che non lo aveva mai cercato.

            Nel calcio c’è spazio per un luogo comune alla volta, così per parlare di Mihajlovic non si può non attingere al vocabolario del guerriero, del combattente, perché è così che si cresce a Borovo, con papà Bogdan, camionista, e mamma Viktorija, operaia alla Bata, la fabbrica di scarpe che lo lasciavano a 5 anni a badare al fratello più piccolo Drazen, poi calciando tutto il giorno da una parte all’altra di un enorme campo con due porte senza reti, una banana divisa come il migliore dei regali (tanto che il massimo dei sogni, per il futuro, era «un camion di banane che mi sarei mangiato tutto da solo»), e poi naturalmente la guerra fratricida in casa, le famiglie disgregate, lo zio, croato, fratello della madre, che voleva «scannare come un porco» suo padre, l’amicizia con la Tigre Arkan.

            Per uno che ha visto questo, cosa volete che fossero le ansie del pallone? Che siano vincere da calciatore con Stella Rossa (una Champions da ragazzino), Lazio e Inter (due scudetti, 4 Coppe Italia, una Coppa Uefa, una Supercoppa, 28 gol su punizione, tre nella stessa partita), diventare allenatore prima da secondo di Mancini e poi in proprio, Bologna, Catania, Fiorentina, Sampdoria, il salto al Milan, e poi Torino, ancora Bologna.

            Di sé stesso in panchina ha sempre rivendicato la capacità di valorizzare i giocatori, lanciare i giovani, far crescere il valore della squadra. «Guardate chi è arrivato dopo di me: ha sempre fatto peggio», ed era vero. Ma Sinisa era anche un uomo spiritoso, capoclan allegro, la musica serba nelle orecchie, che faceva vedere i film ai suoi giocatori, che amava Kennedy e leggeva i libri su Ghandi, che ha ricucito anche i rapporti incrinati dopo gli esoneri «perché non voglio lasciare macerie».

            Ne aveva viste abbastanza nella sua vita. Dell’Italia, che considerava casa, diceva che era un Paese «incattivito, senza più solidarietà, come la mia ex Jugoslavia, per fortuna che voi siete tutti cattolici».

            Lui aveva scelto tre fotogrammi per sintetizzare la sua vita: «La prima volta che ho visto Arianna; la nascita dei miei figli; la rincorsa, il sinistro e la palla all’incrocio».

            Quest’ultima palla è uscita. Quindi Sinisa, con questa leucemia si muore. Ma, un pochino, si vive per sempre.

            CorSera
            ...ma di noi
            sopra una sola teca di cristallo
            popoli studiosi scriveranno
            forse, tra mille inverni
            «nessun vincolo univa questi morti
            nella necropoli deserta»

            C. Campo - Moriremo Lontani


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              Che tristezza...

              Inviato dal mio SM-G998B utilizzando Tapatalk
              Originariamente Scritto da Sean
              Tu non capisci niente, Lukino, proietti le tue fissi su altri. Sei di una ignoranza abissale. Prima te la devi scrostare di dosso, poi potremmo forse avere un dialogo civile.

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                Notizia che lascia senza parole, Rip grande Sinisa.

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                  Era ricoverato da domenica 11 dicembre presso la clinica Paideia, per un'infezione divenuta da subito grave a causa del sistema immunitario compromesso dalla malattia stessa e dalle pesanti terapie. Domenica si è alzata la febbre e la situazione è progressivamente peggiorata, da qui la decisione del ricovero. Un'evoluzione improvvisa e drammatica, visto che venerdì e sabato Mihajlovic parlava con gli amici dei suoi programmi futuri, a partire dal desiderio di ricominciare da gennaio - una volta concluso il ciclo di terapie che stava svolgendo - a vedere partite in giro per gli stadi d'Italia e d'Europa. Lunedì 12 le condizioni di Mihajlovic sono degenerate definitivamente: l'ex calciatore di Lazio e Roma, nonché ex allenatore di tanti club in Serie A, è entrato in coma farmacologico nel tardo pomeriggio. Stretto nell'intimità della sua famiglia, con l'amata moglie Arianna sempre accanto, si è spento oggi.

                  La famiglia: "Morte ingiusta e prematura di un uomo esemplare"

                  La famiglia Mihahjlovic in un comunicato ha annunciato la scomparsa del tecnico serbo, definendo la sua morte "ingiusta e prematura". "La moglie Arianna, con i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas, la nipotina Violante, la mamma Vikyorija e il fratello Drazen, nel dolore comunicano la morte ingiusta e prematura del marito, padre, figlio e fratello esemplare, Sinisa Mihajlovic. Uomo unico professionista
                  straordinario, disponibile e buono con tutti. Coraggiosamente ha lottato contro una orribile malattia. Ringraziamo i medici e le infermiere che lo hanno seguito in questi anni, con amore e rispetto, in particolare la dottoressa Francesca Bonifazi, il dottor Antonio Curti, il Prof. Alessndro Rambaldi, e il Dott.Luca Marchetti. Sinisa resterà sempre con noi. Vivo con tutto l'amore che ci ha regalato"

                  ...ma di noi
                  sopra una sola teca di cristallo
                  popoli studiosi scriveranno
                  forse, tra mille inverni
                  «nessun vincolo univa questi morti
                  nella necropoli deserta»

                  C. Campo - Moriremo Lontani


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                    Ha preferito andarsene in silenzio...
                    Originariamente Scritto da Sean
                    Tu non capisci niente, Lukino, proietti le tue fissi su altri. Sei di una ignoranza abissale. Prima te la devi scrostare di dosso, poi potremmo forse avere un dialogo civile.

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                      tirava le punizioni più potenti che ricordo insieme a quelle di roberto carlos

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                        L'ho appena sentito alla radio, il conduttore da come ha iniziato il discorso si capiva stesse per annunciare la morte di uno sportivo amato. Mi aspettavo qualcuno degli eroi dell'82 o giù di lì, invece sentire il suo nome mi ha fatto venire un brivido

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                          Originariamente Scritto da Sean Visualizza Messaggio
                          Era ricoverato da domenica 11 dicembre presso la clinica Paideia, per un'infezione divenuta da subito grave a causa del sistema immunitario compromesso dalla malattia stessa e dalle pesanti terapie. Domenica si è alzata la febbre e la situazione è progressivamente peggiorata, da qui la decisione del ricovero. Un'evoluzione improvvisa e drammatica, visto che venerdì e sabato Mihajlovic parlava con gli amici dei suoi programmi futuri, a partire dal desiderio di ricominciare da gennaio - una volta concluso il ciclo di terapie che stava svolgendo - a vedere partite in giro per gli stadi d'Italia e d'Europa.

                          Mamma mia che tristezza!
                          Originariamente Scritto da Sean
                          Tu non capisci niente, Lukino, proietti le tue fissi su altri. Sei di una ignoranza abissale. Prima te la devi scrostare di dosso, poi potremmo forse avere un dialogo civile.

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                            #Mihajlovic #Zeman #calcio💜 In diretta tutti i giorni su TWITCH: https://www.twitch.tv/tvplay_calciomercatoit

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                              Originariamente Scritto da marcu9 Visualizza Messaggio
                              Ha preferito andarsene in silenzio...
                              Quando si sta male, quando interiormente preavverti che il tempo sta facendosi sempre più stretto, cosciamente o incosciamente si sceglie di rifugiarsi in un cono d'ombra e di silenzio, abitato (e rischiarato) solo dalle presenze esse sì le più care: le memorie, i ricordi di una vita e gli affetti ai quali ci si è legati in questa vita.

                              Ci si spoglia di tutto, si va all'essenziale. Ho sempre letto così la Pietà Rondanini, opera ultima, estrema e drammatica di Michelangelo: un marmo scarnificato, sbozzato, due sole figure, una donna che sembra abbracciare un uomo, forse una Madre con suo Figlio.

                              Quanto si è lontani dallo splendore e dalla perfezione della ben più nota Pietà del Vaticano: lì il trionfo della giovinezza, della carne nella lucentezza dei volti e del marmo. Qua il crepuscolo ammantato di inquieti interrogativi e di sospesi. Un non finito, un'opera tronca, come la vita quando irrompe la morte e la morte prematura.
                              Last edited by Sean; 16-12-2022, 16:45:40.
                              ...ma di noi
                              sopra una sola teca di cristallo
                              popoli studiosi scriveranno
                              forse, tra mille inverni
                              «nessun vincolo univa questi morti
                              nella necropoli deserta»

                              C. Campo - Moriremo Lontani


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                                Rip Sinisa.

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