Cronaca e politica estera [Equilibri mondiali] Thread unico.

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  • The_machine
    Bodyweb Senior
    • Nov 2004
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    Originariamente Scritto da Sean Visualizza Messaggio

    Faccio però presente che l'ICE è un corpo di "polizia" federale istituito nel 2003...sotto alla presidenza Bush...corpo di "polizia" che nemmeno i presidenti dem come Obama e Biden hanno abolito, e che Trump quindi non ha inventato ma che si è trovato già in casa bello che pronto.

    Quella agenzia federale ha il compito di prendere ed espellere gli immigrati irregolari: se sei un cittadino americano, e se non stai lì ad opporre resistenza, non hai niente da temere (e certamente no l'epulsione), al netto del fatto che l'ICE è composto da gente poco addestrata o da esaltati di vario genere, per cui il grilletto può sempre sfuggire...ma le espulsioni riguardano gli immigrati irregolari...un contrasto alla immigrazione irregolare che, pure qui, è politica di ogni presidenza: Obama ne buttò fuori un paio di milioni:

    I gruppi che si battono per i diritti dei migranti accusano l’amministrazione di “promesse tradite” perché l’applicazione delle leggi vigenti è molto più rigid…


    Allarme per i propositi di Trump, ma gli immigrati espulsi da Obama sono più di quelli espulsi da Bush. E in maggioranza erano messicani


    stessi numeri per Biden: https://www.rsi.ch/info/mondo/%E2%80...--2214113.html

    muri ai confini e corpi speciali non furono cancellati. Con cosa li buttavano fuori i presidenti dem quei milioni di immigrati, con guanti di velluto e viaggi in prima classe? La differenza è che (tv e media) stavano zitti o si voltavano dall'altra parte.

    Forse bisognerebbe riscoprire le basi: chi entra illegalmente in un paese già commette un reato, se anche poi una volta dentro ti comporti "bene". Dovremmo iniziare a tornare a ricordarcene anche noi.
    Non spostiamo però il punto su un argomento fantoccio. Nessuno sta sostenendo che l’immigrazione illegale non vada contrastata o che chi commette reati non debba essere perseguito.
    L'ICE esiste da anni e anche con i dem, ma i dati dicono che con Trump l'organico è più che raddoppiato in un anno

    The Trump administration has reconfigured its onboarding and training process to quickly deploy agents into the field.


    i metodi sono quello che sono, spesso e volentieri vanno a fermare cittadini incensurati

    Si chiama Operazione Metro Surge l’azione intrapresa dalla United States Immigration and Customs Enforcement (ICE) con l’obiettivo di catturare gli immigrati illegali ed espellerli: l’operazione è iniziata il primo dicembre 2025, ma l’organizzazione opera dal 2003 e sotto i mandati di Trump aumenta considerevolmente la sua attività. Nel sito ufficiale del Dipartimento della sicurezza degli […]



    Il problema quindi non è "se" espellere gli irregolari, ma il fatto che i numeri indicano un uso sempre più estensivo e aggressivo del potere dell’ICE, con metodi discutibili e una forte sensazione di copertura politica dall'alto, visto che Trump li difende sistematicamente anche di fronte ad abusi evidenti.

    Ripeto, mo' son cazzi anche di quelli che volevano il free speech.

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    • Sean
      Csar
      • Sep 2007
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      • Italy [IT]
      • In piedi tra le rovine
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      Originariamente Scritto da The_machine Visualizza Messaggio

      Non spostiamo però il punto su un argomento fantoccio. Nessuno sta sostenendo che l’immigrazione illegale non vada contrastata o che chi commette reati non debba essere perseguito.
      L'ICE esiste da anni e anche con i dem, ma i dati dicono che con Trump l'organico è più che raddoppiato in un anno

      The Trump administration has reconfigured its onboarding and training process to quickly deploy agents into the field.


      i metodi sono quello che sono, spesso e volentieri vanno a fermare cittadini incensurati

      Si chiama Operazione Metro Surge l’azione intrapresa dalla United States Immigration and Customs Enforcement (ICE) con l’obiettivo di catturare gli immigrati illegali ed espellerli: l’operazione è iniziata il primo dicembre 2025, ma l’organizzazione opera dal 2003 e sotto i mandati di Trump aumenta considerevolmente la sua attività. Nel sito ufficiale del Dipartimento della sicurezza degli […]



      Il problema quindi non è "se" espellere gli irregolari, ma il fatto che i numeri indicano un uso sempre più estensivo e aggressivo del potere dell’ICE, con metodi discutibili e una forte sensazione di copertura politica dall'alto, visto che Trump li difende sistematicamente anche di fronte ad abusi evidenti.

      Ripeto, mo' son cazzi anche di quelli che volevano il free speech.
      Altro che "spostare"...se non si premette che l'ICE esiste da 23 anni e che lo hanno usato tutte le presidenze, si fa una opera di falsificazione e mistificazione, perchè si negano elementi decisivi alla comprensione del fenomeno, facendo passare l'ICE come una invenzione di Trump e come se prima gli irregolari fossero "accolti".

      L'organico raddoppiato fa parte della politica di contrasto alla immigrazione, che era uno dei punti programmatici di Trump e sulla base del quale lo hanno votato.

      Il fermo di polizia per chiedere di identificarsi esiste anche in Italia, come credo ovunque. Se sei un cittadino americano mica ti infilano sul primo aereo per non so verso dove.

      Non capisco invece la tirata sul "free speech": che c'entra con l'ICE?
      ...ma di noi
      sopra una sola teca di cristallo
      popoli studiosi scriveranno
      forse, tra mille inverni
      «nessun vincolo univa questi morti
      nella necropoli deserta»

      C. Campo - Moriremo Lontani


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      • The_machine
        Bodyweb Senior
        • Nov 2004
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        Nessuno ha negato che l’ICE esista da decenni o che sia stata usata da tutte le presidenze. Il punto sono gli abusi e il cambio di scala e di metodi.

        Ci sono sempre più casi controversi, fino all’uccisione della donna qualche giorno fa difesa politicamente da Trump nonostante le evidenze.

        Il riferimento al free speech era ironico: molti elettori contrari a presunte limitazioni della libertà (politically correct, mascherine etc) oggi devono accettare un contesto molto più critico perché se gli gira un tizio in maschera a caso può fermarti per strada, identificarti, usare la forza in modo abbastanza arbitrario e poi godere di copertura politica, con garanzie complessive sulla libertà personale decisamente più deboli di prima.

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        • Arturo Bandini
          million dollar boy
          • Aug 2003
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          • Luke91
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            • Apr 2014
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            • Zimbabwe [ZW]
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            Intervento del primo ministro Canadese, sontuoso
            Originariamente Scritto da huntermaster
            tu ti sacrifichi tutta la vita mangiando mer da in bianco e bevendl acqua per.farti le seghe nella tua kasa di prigio.
            Originariamente Scritto da luna80
            Ma come? Non avevi mica posto sicuro al McDonald's come salatore di patatine?

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            • germanomosconi
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              • Jan 2007
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              • pordenone
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              Originariamente Scritto da Luke91 Visualizza Messaggio
              Intervento del primo ministro Canadese, sontuoso
              stanno mostrando le palle
              Originariamente Scritto da Marco pl
              i 200 kg di massimale non siano così irraggiungibili in arco di tempo ragionevole per uno mediamente dotato.
              Originariamente Scritto da master wallace
              IO? Mai masturbato.
              Originariamente Scritto da master wallace
              Io sono drogato..

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              • Sergio
                Administrator
                • May 1999
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                Originariamente Scritto da germanomosconi Visualizza Messaggio

                stanno mostrando le palle
                50%

                e 50% Trump ha perso il senno (non che la abbia mai avuto).

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                • Sergio
                  Administrator
                  • May 1999
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                  Originariamente Scritto da Luke91 Visualizza Messaggio
                  Intervento del primo ministro Canadese, sontuoso

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                  • Sean
                    Csar
                    • Sep 2007
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                    • In piedi tra le rovine
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                    Zelensky «sgrida» l’Europa: «Pensa che Trump cambierà»

                    Il leader di Kiev durissimo a Davos. «Con 40 soldati in Groenlandia rischiate di non essere presi sul serio»​

                    Volodymyr Zelensky è arrivato al World Economic Forum di Davos per alzare un impietoso specchio davanti ai suoi sostenitori europei. E quando lo fai lui, arrivando da una Kiev al gelo, senz’acqua corrente, è più credibile di quando lo fa Donald Trump arrivando dal suo resort di Mar-a-Lago. Ma il messaggio del leader ucraino, se possibile, è anche più duro.

                    Zelensky usciva dal suo incontro con Donald Trump, giudicato non risolutivo ma positivo sulle garanzie di sicurezza e un piano di rilancio economico sull’Ucraina. Ma verso gli alleati di Kiev, specie europei, non ha nascosto l’esasperazione. «Tutti conoscono il film Il Giorno della marmotta, nessuno vuole ripetere la stessa cosa per anni, ma viviamo così — ha esordito —. Un anno fa dicevo che l’Europa deve imparare a difendersi e siamo esattamente allo stesso punto». Secondo Zelensky, il caso Groenlandia lo dimostra: «È chiaro che la maggioranza dei governi europei non sa ancora bene cosa fare, sembra che tutti aspettino che l’America si calmi. Ma che succede se non si calma?», ha chiesto Zelensky. «Mandando 40 soldati rischiate di non essere presi sul serio da nessuno».

                    La sua critica dell’approccio su Trump è tra i passaggi più duri. Il leader ucraino ha ricordato come gli europei abbiano lasciato soli i dimostranti bielorussi per la democrazia nel 2020, per poi ritrovarsi oggi con missili Oreshnik russi montati in Bielorussia e capaci di raggiungere molte capitali europee. Ha ricordato che le azioni contro il regime iraniano, che ha soffocato nel sangue le proteste, sono state minime («era Natale»). Poi ha affondato i colpi: «Invece di prendere la guida nel difendere la libertà nel mondo quando l’attenzione dell’America si sposta altrove — ha detto Zelensky — l’Europa appare persa, cerca di convincere Trump a cambiare. Ma lui non cambia, perché gli piace essere chi è».

                    Su tutto questo, insiste Zelensky, «l’Europa rimane in modalità Groenlandia: “Un giorno qualcuno da qualche parte farà qualcosa”. Ma noi vediamo che le forze che vogliono distruggere l’Europa non aspettano». Qui il leader ucraino cita l’ungherese Viktor Orbán, per il quale di recente Giorgia Meloni ha registrato un video elettorale: «Ogni Viktor che vive di soldi europei si merita una bottarella sulla testa. E se si sente a suo agio a Mosca — ha continuato Zelensky —, ciò non significa che debba far diventare le capitali europee delle piccole Mosca».

                    Le fonti profonde dell’irritazione di Zelensky sono tre: il fallimento del tentativo europeo di usare i fondi congelati della Russia a favore dell’Ucraina; le sanzioni imposte con flemma, applicate con distrazione e inanità nel caso del petrolio; la lentezza con cui continuano ad arrivare le armi più vitali per l’Ucraina. «Di darci missili a lungo raggio si è parlato per tutto l’anno scorso, ora non se ne parla neanche più — ha attaccato Zelensky —. Qui in Europa ci si consiglia di non menzionare i Tomahawk agli americani, per non guastare l’umore. E ci viene detto di non sollevare il tema dei missili Taurus (tedeschi, ndr)». Zelensky si chiede se invece di comprare armi non sarebbe meno caro, per l’Europa, impedire alle componenti europee di entrare nei missili russi.

                    Quanto al petrolio, il leader di Kiev ha un’altra domanda: «Perché Trump ha fermato petroliere della flotta fantasma russa e sequestrato il petrolio e l’Europa non fa lo stesso con quelle che passano lungo le sue coste? Quel petrolio finanzia la guerra all’Ucraina e la destabilizzazione dell’Europa stessa». Qui il riferimento è al 50% dell’export di greggio russo che passa dall’angusto Stretto davanti a Copenaghen. Infine, l’accordo mancato sulle riserve: «Siamo grati dei 90 miliardi che l’Europa ci darà, ma Putin è riuscito a bloccare l’uso dei fondi congelati» (Italia e Germania erano contrarie).

                    Drastica la conclusione di Zelensky: «Siamo grati delle garanzie di sicurezza, ma arriveranno a guerra finita e senza l’America non funzionano. L’Europa ama discutere del futuro ma evita di agire oggi, evita che le azioni che definiscono il futuro che avremo». E ancora: «Essa si affida alla convinzione che, dovesse presentarsi un pericolo, la Nato agirebbe. Ma nessuno ha mai visto l’alleanza in azione. E se gli Stati Uniti non agissero?».​

                    CorSera
                    ...ma di noi
                    sopra una sola teca di cristallo
                    popoli studiosi scriveranno
                    forse, tra mille inverni
                    «nessun vincolo univa questi morti
                    nella necropoli deserta»

                    C. Campo - Moriremo Lontani


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                    • Sean
                      Csar
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                      Il destino dell’Europa è oltre l’Occidente

                      di Marcello Veneziani

                      [...] Penso che sia maturo il tempo per considerare fittizia la definizione odierna di occidente. Il nostro mondo ha perso o largamente rifiuta ogni identità derivata dalla sua storia e dalla sua civiltà, si vergogna del suo passato, rinnega le sue radici cristiane, ricusa quasi tutti i precedenti storici perché dominati da forme politiche e giuridiche, valori morali e culturali, precetti religiosi rigettati e rinnegati da tempo. E accetta la definizione di occidente solo come regno della libertà e della modernità, dei diritti umani e individuali. Ma nella realtà “l’egemonia degli Stati Uniti sull’Europa è diventata la vera essenza dell’Occidente… gli Stati Uniti hanno cercato di sostituire poco alla volta l’identità europea con un’identità occidentale tendenzialmente americana”. Lo scrive un “filosofo geopolitico” tedesco, Hauke Ritz, in un libro intrigante, “Perché l’Occidente odia la Russa” (Fazi Editore), con una prefazione di Luciano Canfora.

                      L’Europa, lo vediamo ogni giorno, è ridotta a periferia strategica degli Usa; ma arrivati a questa condizione, secondo Ritz, per paura della Russia. Magari giustificata ai tempi in cui l’Urss era potente e in competizione con l’Usa, senza mai peraltro sconfinare apertamente rispetto agli accordi di Jalta, in cui si spartirono le aree di influenza del mondo. Ma la paura della Russia, nel nuovo millennio, è stata alimentata in modo surrettizio da quando la Russia non ha accettato di diventare una potenza regionale subordinata all’ordine mondiale americano, facendo seguire alla colonizzazione commerciale e culturale anche quella geopolitica e militare. In effetti se consideriamo la minaccia islamica e il pericolo cinese, quella russa non è obiettivamente una preoccupazione prioritaria; ma agli occhi degli Usa, un’alleanza anche solo economica tra Russia ed Europa, magari via Germania, era il pericolo da scongiurare perché liberava l’Europa (oltre che la Russia) dalla sudditanza e dalla dipendenza dagli Stati Uniti.

                      Nel nome di questa sudditanza gli europei hanno accettato perfino che l’antico contenzioso tra Russia e Ucraina, per tre secoli annessa alla Russia, assai affine pur nella contrastata vicinanza, diventasse ai propri occhi una dichiarazione di guerra e d’invasione contro l’Europa, come ci ripeteva Biden per farci considerare in guerra con la Russia fino a riarmarci in funzione anti-Putin. Ora, per completare la follia, pretendiamo di dichiarare guerra pure agli Usa di Trump per la folle volontà di annessione della Groenlandia. Lo spettacolo del gruppetto di soldati mandati dall’Europa in Groenlandia e la relativa minaccia di altri dazi di Trump agli europei sembrano davvero una farsa, di quelle che nel gergo cabarettistico sono indicate come “scemo e più scemo”.

                      La strada del realismo, invece, dovrebbe portarci al confronto, forte e paritario, con entrambi – con la Russia e con gli Usa – alla ricerca di una nostra terzietà, indipendenza e autonomia politica e strategica. Il problema non è essere ostili a entrambi ma cercare un accordo per allearsi con entrambi, restando, a tutti gli effetti, padroni in casa nostra.

                      Nel delineare una risposta dell’Europa alla russofobia e alla americanizzazione, Ritz indica un percorso di “ritorno all’Europa”. La preoccupazione dello studioso è mostrare che il suo auspicio non ha nulla di conservatore, reazionario, antimoderno ma per indicarlo usa verbi precisi: tornare all’Europa, ritrovare la sovranità, riportare l’Europa a una visione sociale e solidale, ricollegarsi ai valori e alle tradizioni europee, far rivivere la tradizione dell’umanesimo europeo per bilanciare il primato del tecnicismo di matrice Usa, riallacciarsi a una tradizione culturale che “è stata in grado di stabilire un legame con la trascendenza in modo laico”. Verbi che indicano tutti un ritorno. Non si tratterebbe, dice Ritz, di “un ritorno attivo alla religione” e alla professione di fede, ma si “riconoscerebbe come valore l’ordine mondiale cristiano secolarizzato”. Insomma il cristianesimo come religione civile e ordo civilis.

                      Non possiamo, nel nome di quel che accadde più di ottant’anni fa, ossia nel nome “degli orrori delle due guerre mondiali” lasciare ancora oggi agli Stati Uniti la direzione strategica, geopolitica, economica e culturale dell’Occidente. Per lo stesso gigantesco complesso, nota Ritz, la Germania ha sostenuto a Gaza “una politica di pulizia etnica per sfuggire così alla vergogna per il genocidio degli ebrei europei avvenuto in passato”.

                      Si tratta dunque di rigettare la definizione stessa di Occidente e di accettare la realtà policentrica di un mondo nuovo multipolare, come non ci stancheremo mai di ripetere. E pensare l’Europa come luogo d’incontro tra Usa e Russia, e più vastamente tra Oriente e Occidente. Ma soprattutto pensare che esista, oltre l’occidente, un destino europeo. Ad avercela, un’Europa così.



                      ...ma di noi
                      sopra una sola teca di cristallo
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                      forse, tra mille inverni
                      «nessun vincolo univa questi morti
                      nella necropoli deserta»

                      C. Campo - Moriremo Lontani


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                      • Sean
                        Csar
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                        Axios, il Donbass sarà al centro del trilaterale a Abu Dhabi

                        Il controllo territoriale nell'Ucraina orientale sarà la questione principale discussa da oggi ad Abu Dhabi nel trilaterale tra Usa, Ucraina e Russia. Lo scrive Axios. Dopo 4 ore di confronto con Vladimir Putin, gli emissari di Trump Steve Witkoff e Jared Kushner si sono recati da Mosca ad Abu Dhabi. Ci sarà anche il segretario dell'Esercito Usa Dan Driscoll. Da parte ucraina oltre a Rustem Umerov, a Kyrylo Budanov, al consigliere diplomatico Serhii Kyslytsia, anche il capo di stato maggiore militare ucraino Andrii Hnatov.
                        Con l'inviato di Putin Kirill Dmitriev ci sarà il capo dell'intelligence militare l'ammiraglio Igor Kostyukov.

                        Mosca: «Impossibile soluzione duratura senza risolvere questione territoriale»

                        Durante i colloqui tra il presidente russo Vladimir Putin e la delegazione statunitense è stato ribadito che non ci si può aspettare una soluzione a lungo termine del conflitto ucraino senza risolvere la questione territoriale sulla base della «formula di Anchorage». Lo ha affermato il consigliere presidenziale russo Yury Ushakov, come riferito da Interfax.

                        «Cosa ancora più importante, durante questi colloqui tra il nostro presidente e gli americani, è stato ribadito che senza risolvere le questioni territoriali secondo la formula concordata ad Anchorage, non ci si può aspettare una soluzione a lungo termine», ha detto Ushakov ai giornalisti dopo i colloqui. «Fino a quando questo obiettivo non sarà raggiunto, la Russia continuerà a perseguire con coerenza gli obiettivi dell'operazione militare speciale proprio sul campo di battaglia, dove le forze armate russe detengono l'iniziativa strategica», ha affermato Ushakov.

                        Francia: «Ue dovrà discutere architettura sicurezza con Mosca»
                        L'Europa dovrà prima o poi avviare discussioni con la Russia sull'architettura della sicurezza europea dopo la fine del conflitto in Ucraina. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot. «In ogni caso, non appena sarà voltata la pagina della guerra in Ucraina, non appena la Russia avrà definito nuove linee guida per se stessa...quando verrà il momento, dovremo ovviamente avviare discussioni con la Russia sulla questione dell'architettura della sicurezza europea», ha dichiarato Barrot all'emittente BFMTV.

                        Tajani: «Il discorso di Zelensky a Davos è stato ingeneroso nei confronti dell'Europa che ha fatto di tutto per l'Ucraina»
                        «Mi pare che l'Europa abbia garantito l'indipendenza dell'Ucraina facendo di tutto per sostenerla dal punto di vista politico, finanziario e militare. Quindi mi pare che il discorso non sia generoso». Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine del Business Forum Italia-Germania, nel rispondere alla domanda dei giornalisti in merito al discorso critico nei confronti dell'Europa pronunciato ieri dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky al Forum di Davos.

                        CorSera
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                        popoli studiosi scriveranno
                        forse, tra mille inverni
                        «nessun vincolo univa questi morti
                        nella necropoli deserta»

                        C. Campo - Moriremo Lontani


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                        • Sean
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                          Georgieva (Fmi): “Mondo sempre più multipolare ed esposto agli shock”
                          “Non c'è dubbio che il mondo stia cambiando. In realtà sta cambiando da parecchio tempo. Ci sono due nuove caratteristiche che dobbiamo accettare. La prima è che viviamo in un mondo molto più esposto agli shock. Veniamo colti di sorpresa dalla geopolitica, dalla tecnologia, dal clima. Non siamo abituati a muoverci in un contesto che cambia così rapidamente".
                          Lo ha detto la direttrice generale del Fmi, Kristalina Georgieva, durante il panel Global Economic Outlook al Forum di Davos. "La seconda è che dobbiamo riconoscere di essere entrati in un mondo multipolare. Esistono oggi regioni che hanno acquisito un peso economico e geopolitico che in passato non avevano. Posso dirlo dal punto di osservazione del Fondo monetario internazionale: accogliamo con grande attenzione tutti i nostri 191 Paesi membri. Per molto tempo abbiamo condotto analisi a livello nazionale e poi a livello globale. Oggi riconosciamo che è necessario guardare anche alle regioni, osservare il mondo per quello che sta diventando".

                          Lagarde: “Non siamo a una rottura ma serve un piano B”
                          Nella tavola rotonda conclusiva del World Economic Forum, la presidente della Bce, Christine Lagarde, non si è detta d'accordo con la valutazione del premier canadese Mark Carney, da cui è partita la riflessione, sul mondo giunto a una "rottura”. "Invece che di rottura dovremmo parlare di alternative, è il momento di capire cosa non ha funzionato in passato e cercare un piano B", ha affermato Lagarde.

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                          C. Campo - Moriremo Lontani


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                          • Sean
                            Csar
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                            Quando al posto degli economisti inizieranno a parlare i politici, e quando il tema centrale si sposterà dal "mercato" al "politico", dalla sostanza all'essenza (il "cosa vogliamo essere?"), allora tutto il diluvio di critiche e sberle che sta piovendo addosso all'Europa inizierà ad avere un senso: non si potranno però evitare le scelte radicali - una tra tante la forma da dare all'Europa, stabilita la sua essenza politica, perchè il "dentro tutti" era valevole in una logica di "mercato globale" sotto alla direzione ideologica (e militare) degli USA...ma 27 paesi sono insostenibili, idra dalle molte teste e dalle troppe anime.

                            Se non si inizieranno ad affrontare i temi esistenziali, si continuerà solo a perdere tempo (e a restare nel cono d'ombra di un impero declinante e scosso da fortissime turbolenze interne, quello americano) continuamente esposti a tempeste ed accelerazioni tipiche delle crisi radicali, che letteralmente ti trascinano in un "altrove".
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                            • Sergio
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                              Originariamente Scritto da Sean Visualizza Messaggio
                              Il destino dell’Europa è oltre l’Occidente

                              di Marcello Veneziani

                              [...] Penso che sia maturo il tempo per considerare fittizia la definizione odierna di occidente. Il nostro mondo ha perso o largamente rifiuta ogni identità derivata dalla sua storia e dalla sua civiltà, si vergogna del suo passato, rinnega le sue radici cristiane, ricusa quasi tutti i precedenti storici perché dominati da forme politiche e giuridiche, valori morali e culturali, precetti religiosi rigettati e rinnegati da tempo. E accetta la definizione di occidente solo come regno della libertà e della modernità, dei diritti umani e individuali. Ma nella realtà “l’egemonia degli Stati Uniti sull’Europa è diventata la vera essenza dell’Occidente… gli Stati Uniti hanno cercato di sostituire poco alla volta l’identità europea con un’identità occidentale tendenzialmente americana”. Lo scrive un “filosofo geopolitico” tedesco, Hauke Ritz, in un libro intrigante, “Perché l’Occidente odia la Russa” (Fazi Editore), con una prefazione di Luciano Canfora.

                              L’Europa, lo vediamo ogni giorno, è ridotta a periferia strategica degli Usa; ma arrivati a questa condizione, secondo Ritz, per paura della Russia. Magari giustificata ai tempi in cui l’Urss era potente e in competizione con l’Usa, senza mai peraltro sconfinare apertamente rispetto agli accordi di Jalta, in cui si spartirono le aree di influenza del mondo. Ma la paura della Russia, nel nuovo millennio, è stata alimentata in modo surrettizio da quando la Russia non ha accettato di diventare una potenza regionale subordinata all’ordine mondiale americano, facendo seguire alla colonizzazione commerciale e culturale anche quella geopolitica e militare. In effetti se consideriamo la minaccia islamica e il pericolo cinese, quella russa non è obiettivamente una preoccupazione prioritaria; ma agli occhi degli Usa, un’alleanza anche solo economica tra Russia ed Europa, magari via Germania, era il pericolo da scongiurare perché liberava l’Europa (oltre che la Russia) dalla sudditanza e dalla dipendenza dagli Stati Uniti.

                              Nel nome di questa sudditanza gli europei hanno accettato perfino che l’antico contenzioso tra Russia e Ucraina, per tre secoli annessa alla Russia, assai affine pur nella contrastata vicinanza, diventasse ai propri occhi una dichiarazione di guerra e d’invasione contro l’Europa, come ci ripeteva Biden per farci considerare in guerra con la Russia fino a riarmarci in funzione anti-Putin. Ora, per completare la follia, pretendiamo di dichiarare guerra pure agli Usa di Trump per la folle volontà di annessione della Groenlandia. Lo spettacolo del gruppetto di soldati mandati dall’Europa in Groenlandia e la relativa minaccia di altri dazi di Trump agli europei sembrano davvero una farsa, di quelle che nel gergo cabarettistico sono indicate come “scemo e più scemo”.

                              La strada del realismo, invece, dovrebbe portarci al confronto, forte e paritario, con entrambi – con la Russia e con gli Usa – alla ricerca di una nostra terzietà, indipendenza e autonomia politica e strategica. Il problema non è essere ostili a entrambi ma cercare un accordo per allearsi con entrambi, restando, a tutti gli effetti, padroni in casa nostra.

                              Nel delineare una risposta dell’Europa alla russofobia e alla americanizzazione, Ritz indica un percorso di “ritorno all’Europa”. La preoccupazione dello studioso è mostrare che il suo auspicio non ha nulla di conservatore, reazionario, antimoderno ma per indicarlo usa verbi precisi: tornare all’Europa, ritrovare la sovranità, riportare l’Europa a una visione sociale e solidale, ricollegarsi ai valori e alle tradizioni europee, far rivivere la tradizione dell’umanesimo europeo per bilanciare il primato del tecnicismo di matrice Usa, riallacciarsi a una tradizione culturale che “è stata in grado di stabilire un legame con la trascendenza in modo laico”. Verbi che indicano tutti un ritorno. Non si tratterebbe, dice Ritz, di “un ritorno attivo alla religione” e alla professione di fede, ma si “riconoscerebbe come valore l’ordine mondiale cristiano secolarizzato”. Insomma il cristianesimo come religione civile e ordo civilis.

                              Non possiamo, nel nome di quel che accadde più di ottant’anni fa, ossia nel nome “degli orrori delle due guerre mondiali” lasciare ancora oggi agli Stati Uniti la direzione strategica, geopolitica, economica e culturale dell’Occidente. Per lo stesso gigantesco complesso, nota Ritz, la Germania ha sostenuto a Gaza “una politica di pulizia etnica per sfuggire così alla vergogna per il genocidio degli ebrei europei avvenuto in passato”.

                              Si tratta dunque di rigettare la definizione stessa di Occidente e di accettare la realtà policentrica di un mondo nuovo multipolare, come non ci stancheremo mai di ripetere. E pensare l’Europa come luogo d’incontro tra Usa e Russia, e più vastamente tra Oriente e Occidente. Ma soprattutto pensare che esista, oltre l’occidente, un destino europeo. Ad avercela, un’Europa così.



                              Perfetto, spero abbiano dimenticato la parola "Cina" perchè già implicita.

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                              • Steel77
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                                IL RUGGITO DEI CONIGLI

                                di Marco Travaglio

                                Ci è voluto un anno di Trump perché le teste d’uovo dell’Ue scoprissero che gli interessi Usa – per usare un eufemismo – non coincidono più con i nostri. Ora magari, col tempo, capiranno che è così da una ventina d’anni. Non l’ha deciso Trump, che non è un corpo estraneo piovuto dal cielo a guastare il lungo idillio euroatlantista: è la quintessenza degli Usa, che hanno sempre fatto i loro porci comodi. Solo che prima i loro porci comodi coincidevano con i nostri: poi non più. La Merkel l’aveva capito, infatti si scontrò più volte con Washington. Prima contro l’idea folle di Bush jr., Obama e Biden di inglobare l’Ucraina nella Nato per provocare Putin. E poi sulla cooperazione energetica con Mosca avviata da Schröder coi gasdotti Nord Stream, osteggiata da Usa, Polonia, Baltici e Ucraina post-golpe. Con lei, a condividere la fine dell’euroatlantismo, c’erano Sarkozy, Hollande e il primo Macron, che refertò la “morte cerebrale della Nato”. Bastava la voce intercettata di Victoria Nuland, inviata nel 2014 da Biden e Obama a destabilizzare Kiev, per sapere cosa pensavano a Washington: “Fuck Eu!” (l’Europa si fotta!). Bastavano le reprimende di Obama a noi “portoghesi della Nato” che non ci svenavamo abbastanza per il riarmo e all’Ue che comprava gas russo a buon mercato invece del Gnl Usa a prezzo quadruplo. Poi purtroppo l’ultima statista andò in pensione, l’Ue finì in mano agli attuali microcefali e la guerra deflagrò.

                                Pochi giorni prima, Biden annunciò la distruzione dei Nord Stream. E otto mesi dopo un commando ucraino la realizzò. Ma nemmeno allora i decerebrati europei capirono che la guerra era studiata a tavolino per spezzare l’asse euro-russo che stava creando una superpotenza industriale e commerciale molto insidiosa per gli Usa. I capponi europei si invitarono al banchetto e si tuffarono festosi nella pentola di Biden, partecipando voluttuosamente al proprio suicidio con centinaia di miliardi e vagonate di armi. Quando tornò Trump e, senza volerlo, minacciò di farci un favore chiudendo la guerra con un compromesso, i più stupidi fra gli euronani – autoproclamatisi “volenterosi” – sabotarono i negoziati per prolungare il conflitto sine die. Ma a Trump risposero “sì buana” su tutti i dossier che convenivano a lui e danneggiavano noi: dazi al 15%, 600 miliardi di investimenti nell’industria Usa, 5% di Pil alla Nato, 800 miliardi di riarmo a debito (soprattutto con armi Usa), 700 miliardi di Gnl Usa e rinuncia eterna al gas russo. “Thank you, Daddy Donald”, scrisse Rutte, il più furbo della compagnia. Mancava solo una fettina di culo. Poi arrivò anche quella, a forma di Groenlandia. A quel punto Fantozzi venne colto da un leggero sospetto.

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