Originariamente Scritto da Sergio
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Cronaca e politica estera [Equilibri mondiali] Thread unico.
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Lo ripeti da molto, ma per quanto riguarda me ho già risposto e spiegato più volte: Trump è/era funzionale, col combinato composto della invasione russa in Ucraina, e dunque il sorgere di un mondo multipolare, ad un sovvertimento e disgregazione, in ottica di "risveglio", della "unione" europea...e difatti ci sarebbero tutte le condizioni a che l'Europa abbandoni l'atlantismo, si ricostituisca da capo, si dia un carattere "sovrano" e si muova di conseguenza alleandosi e stringendo accordi con chi vuole sulla scena del mondo...ma se questo stato di minorità non lo si vuol abbandonare, se ormai lo spirito servile è diventato uno stato dell'essere, e se quindi di questa crisi epocale nessuno sa approfittare, in quanto si sta a guardia di forme morte, vuol dire che allora della crisi ti prederai tutti gli scossoni e le fratture e non le possibilità.Originariamente Scritto da The_machine Visualizza MessaggioSono sinceramente colpito da questi commenti. Per anni avete, più o meno consapevolmente, legittimato e alimentato derive reazionarie e autoritarie; oggi vi leggo spaventati perché, in una di queste democrazie ormai degradate, si è arrivati a sparare a una persona innocente, e una parte consistente della popolazione continua a difendere l’agente che ha fatto fuoco.
Leggete il giornale e vi indignate ogni volta che il poliziotto che uccide il delinquente di turno viene processato?
Sognate l’uomo forte che vi governa e "ridà lustro" alla nazione?
Beccatevi che se un giorno vi svegliate e scoprite che pisciate nella direzione sbagliata vi sparano senza chiedere scusa.
Beccatevi anche il nuovo assetto globale, con i dittatori che si spartiscono i territori come in una partita di Risiko.
Poi, scusami, ma le generalizzazioni anche no: c'è differenza tra un poliziotto che spara ad un deliquente in fuga o che sta compiendo una azione criminale e quello che si commenta su Minneapolis.
In ultimo mi chiedo di che cosa si dovrebbe essere "spaventati" di fronte a dinamiche che coinvolgono forze storiche che creano fratture tra una epoca e l'altra: di che cosa? E' accaduto altre volte nella storia, è solo nell'età del progressismo che si è fatto credere, ad alcuni cervelli, che lo stato di "beatitudine" sarebbe durato "per sempre"...come se le categorie archetipiche della potenza, della dualità caos-cosmo, nascita e morte non fossero reali e non si ripresentassero di continuo sulla scena del mondo: per chi ne è consapevole, qua non c'è nulla di sorprendente nè di spaventoso.
E' l'occidente che sta agonizzando, stanno venendo giù tutte quelle fole e ideologie di cartapesta che ho sempre visceralmente avversato e disprezzato. Cosa verrà dopo? Questo non lo so, lo vedremo...ma se nemmeno di fronte a questo aprirsi della terra sotto ai piedi l'Europa è capace di "ritrovarsi", allora forse si meriterà il destino peggiore.
Di Trump e dell'America non me ne frega niente, così come di Putin e della Russia...mi interessano in quanto forze capaci di sovvertire l'ordine fin qui dato, di frantumarlo, quell' "ordine" che ha condotto l'occidente ad una poltiglia ributtante sotto ad ogni profilo: etico, estetico, storico....ma di noi
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E' innaturale in sè anche il solo dover torcere il collo per assumere la "postura" transatlantica per un europeo...quando poi storicamente gli Stati Uniti sono nati in reazione all'Europa...e dunque pure qui è stato versato nelle menti europee un veleno ideologico, spacciando quella "alleanza" come destinale e l'America addirittura come "faro" di democrazia...come se l'avessero inventata loro.
La mitologia degli ultimi 80 anni è tutta sotto al segno della falsità e della inversione. La reale "postura" degli americani è il contrario di quella che gli europei si sono bevuti fin qui: gli americani danno le spalle all'Est (da dove sono "fuggiti") per rivolgere mente e sguardo all'Ovest: se si comprendesse questo, allora l'oggi apparirebbe meno "sorprendente", comprese le ragioni dei calci in bocca che danno all'Europa.
E' solo in virtù dell'ultimo conflitto mondiale che quella genia di individualisti materialistici, e di violenti esaltati fondamentalisti, sono sbarcati qua, sennò nemmeno sarebbero venuti...e sono rimasti per non far diventare tutta l'Europa un dominio comunista sovietico, solo per questo: eccola la "mamma" America...quando l'unica culla qua è quella europea, e gli americani i transfughi degeneri che si sono andati a costruire il loro "mondo" entro una "terra vergine" (che vergine non era per niente, chiedere agli indiani se ancora ne sopravvive qualcuno), una "terra promessa" per "predestinazione": questi sono gli americani - che europei rimbecilliti ci hanno disegnato come esseri "illuminati" senza i quali qua non si vive, non si dà futuro, quando per migliaia e migliaia di anni si è vissuti tutti benissimo senza gli americani.
Qui non c'è una "nuova" America all'opera, ma semmai la risorgenza della America di sempre: è qua piuttosto che ci si è dimenticati per strada di quale fosse il suo ritratto originario....ma di noi
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premesso che non ho tempo per leggere le miriadi di post (sicuramente interessanti , non lo metto in dubbio)
mi spiegate con che coraggio uno rapisce un presidente di un altro paese , e lo porta nel proprio per processarlo ?
questi sparlano tanto di Cina / Russia e compagnia bella , ma i veri terroristi del pianeta sono loro
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con il coraggio di chi può farlo senza temere conseguenze, ma anzi solo vantaggi. Il diritto internazionale è solo un modo elegante per definire il diritto degli stati uniti.
i rapporti tra gli Stati sono rapporti di forza e questi rapporti di forza sono gli elementi determinanti della loro politica (mussolini)
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«Rispondo solo a me stesso». Il piano di Trump per il Venezuela mentre il Senato dà l'ok per limitare i raid del presidente
Petrolio, arresti e diplomazia per il dopo-Maduro. Il presidente Usa rivendica il controllo del petrolio venezuelano. L'appello al dialogo (con la Colombia e le compagnie petrolifere) e lo scontro col congresso. «Non ho bisogno del diritto internazionale»
«Solo il tempo potrà dire» fino a quando gli Stati Uniti supervisioneranno il Venezuela, ha detto il presidente Trump in un’intervista con il New York Times. Alla domanda se si tratterà di tre mesi, sei mesi, un anno o più, Trump ha replicato: «Direi molto di più. Lo ricostruiremo in un modo molto proficuo. Useremo il petrolio, prenderemo il petrolio, stiamo abbassando i prezzi e daremo soldi al Venezuela, soldi di cui ha disperato bisogno».
Il presidente americano ha detto che le cose «stanno andando molto bene» con il governo ad interim di Delcy Rodriguez, l’ex vicepresidente di Nicolas Maduro, catturato in un blitz americano il 3 gennaio e ora in carcere a Brooklyn. «Marco parla con lei in continuazione», ha aggiunto — riferendosi a Marco Rubio, il segretario di Stato.
I quattro reporter del quotidiano newyorkese hanno anche assistito dal vivo ad una telefonata di Trump con Gustavo Petro, il presidente della Colombia. Domenica il presidente americano lo aveva definito «un uomo malato a cui piace produrre cocaina e venderla negli Stati Uniti» e aveva minacciato una possibile azione militare contro la Colombia, ma ora la minaccia pare rimossa e ha invece invitato a Washington il leader di sinistra del Paese confinante col Venezuela.
Hanno parlato per un’ora di «traffico di droga e divergenze di opinione», ha detto Trump: «Ho apprezzato il tono, e non vedo l’ora di incontrarlo». Petro ha definito la telefonata, la prima con Trump, «cordiale». Poi ha invitato a Bogotà Rodriguez. Se gli Stati Uniti vogliono garantire la stabilità del Venezuela avranno bisogno della collaborazione dei Paesi vicini, come spiegava l’ex segretario alla Difesa Leon Panetta in una recente intervista al Corriere.
Petro ha detto proprio di voler «instaurare un dialogo trilaterale e, auspicabilmente, mondiale per stabilizzare la società venezuelana». Jorge Rodríguez, capo dell’Assemblea nazionale in Venezuela, ha affermato ieri che verranno rilasciati i prigionieri politici.
Il governo americano afferma che gli Stati Uniti hanno bisogno di controllare le vendite e i proventi del petrolio venezuelano a tempo indeterminato per poter ricostruire l’industria petrolifera e l’economia del Paese. Oggi Trump incontrerà i capi delle tre più importanti compagnie petrolifere americane: Exxon Mobil, ConocoPhillips e Chevron.
Il segretario all’Energia Chris Wright ha detto alla tv Cnbc di aver parlato con gli amministratori delegati di tutte e tre le aziende subito dopo la cattura di Maduro: «Metteranno miliardi di dollari nella costruzione di nuove infrastrutture in Venezuela la prossima settimana? Ovviamente no. Ma vogliono essere consiglieri produttivi, aiutare in questo processo». Intanto cinque senatori repubblicani (Rand Paul, Todd Young, Lisa Murkowski, Josh Hawley Susan Collins) hanno votato insieme ai democratici per una risoluzione per consentire la prossima settimana una votazione che mira a impedire a Trump ulteriori azioni militari in Venezuela senza autorizzazione del Congresso (è passata con 52 voti favorevoli e 47 contrari).
Per diventare legge deve avere l’approvazione del Senato, della Camera e la firma di Trump, che ha dichiarato: «I repubblicani dovrebbero vergognarsi dei senatori che hanno appena votato con i democratici nel tentativo di privarci dei poteri per combattere e difendere gli Stati Uniti». I cinque traditori «non dovrebbero mai più essere eletti», ha aggiunto il presidente. Il vicepresidente Vance ha sminuito la risoluzione dicendo che è «basata su una legge incostituzionale e che «non cambierà nulla su come conduciamo la politica estera».
Quando il New York Times gli ha chiesto se vede limiti ai suoi «poteri globali», Trump ha replicato: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale. Non sto cercando di far del male alla gente».
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Il nemico americano
L’abbordaggio alle petroliere in alto mare coincide con l’offensiva per la conquista della Groenlandia danese, con le buone o le cattive
(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Marines americani che in pieno Atlantico del Nord assaltano una petroliera battente bandiera russa e la sequestrano con tutto l’equipaggio, russi compresi. Altri che bloccano nei Caraibi un’altra nave, parte di una “flotta oscura” dedita al trasporto di greggio venezuelano sotto embargo. Il segnale di Trump non potrebbe essere più chiaro: faccio quel che mi pare. Specialmente nell’emisfero occidentale, ovvero nel continente panamericano che la sua amministrazione intende sigillare contro la penetrazione cinese e russa. Ma anche contro l’abusiva pretesa “dell’alleato” danese di possedervi la Groenlandia.
Con le operazioni marittime gli Stati Uniti stanno dando seguito alla promessa di governare il Venezuela. A modo loro. Compresi atti di alta quanto efficiente pirateria come il rapimento di un capo di Stato straniero perché narcotrafficante o il sequestro di navi che avrebbero rotto l’embargo sul petrolio venezuelano. Fino a rischiare una nuova crisi con Mosca, specie se i marinai russi fossero processati sul suolo americano. Con effetti imprevedibili sul già stagnante “processo di pace” per l’Ucraina.
C’era una volta l’America. Quella che si voleva in missione per redimere l’umanità e battezzava universali i propri interessi. Oggi gli Stati Uniti considerano e dividono il mondo a partire dalle proprie priorità. Quelle di una nazione depressa, impaurita, spaccata. Con la manifattura al collasso, un debito federale spaventoso, una sfiducia mai vista nelle istituzioni, un impressionante declino del tasso di fecondità. Sette statunitensi su dieci non credono più nell’American Dream. La quasi totalità non ricorda più una guerra vinta (era il 1945).
Il Numero Uno è un colosso ferito, sanguinante. Quindi disposto a tutto. E di tutto capace. Senza preoccuparsi di piacere a qualcuno. Salvo a sé stesso. Cominciamo ad accorgercene anche da questa parte dell’Atlantico. L’abbordaggio alle petroliere in alto mare coincide infatti con l’offensiva per la conquista della Groenlandia danese, con le buone o le cattive.
Il segretario di Stato Marco Rubio, annunciando che la prossima settimana incontrerà la controparte di Copenaghen, afferma che per qualsiasi presidente americano ogni minaccia alla sicurezza nazionale — nel caso la temuta penetrazione cinese e russa nell’isola artica — può essere trattata con la forza delle armi. “Alleati” avvertiti mezzo salvati.
Vale in specie per i leader europei, tra cui Giorgia Meloni, che hanno sottoscritto un documento di solidarietà con la Groenlandia. E più direttamente per il primo ministro danese, la socialdemocratica Mette Frederiksen, per cui un’aggressione americana contro il suo territorio artico segnerebbe «la fine della Nato». Ammesso che esista ancora.
Noi europei siamo avvertiti. L’America tratta il nostro continente come parte extracontinentale della sua sfera d’influenza. Quindi intende impedire con ogni mezzo che potenze avverse, a cominciare da Cina e Russia, vi mettano piede. Per decenni abbiamo voluto credere che gli americani fossero qui per proteggere noi, ora ci viene comunicato quello che potevamo già intuire prima: siamo qui per proteggere l’America. Chi non ci sta è nemico, anche se “alleato”. Visti da Washington gli euroatlantici si dividono tra affini dunque utili al nuovo regime americano e suoi incorreggibili avversari.
Per memoria: nella versione non pubblica della Strategia di sicurezza nazionale varata lo scorso novembre, l’Italia è menzionata con Austria, Ungheria e Polonia tra i “buoni”. In attesa che prossime elezioni in Gran Bretagna, Francia e Germania elevino al potere leader omogenei al trumpismo, quali Nigel Farage, Marine Le Pen e Alice Weidel (la leader dell’AfD che chiacchierando con Musk ha bollato Hitler «comunista»).
In Italia quando le acque si agitano preferiamo mettere la testa nella sabbia e recitare il rosario del magico mondo di pace che fu. Per ottant’anni abbiamo goduto dei vantaggi — tutt’altro che gratuiti ma ben accetti — di appartenere alla sfera d’influenza americana. Quella rassicurante atmosfera apparterrà ai nostri migliori ricordi. Ma non ha nulla a che fare con lo scontro tra colossi di cui siamo oggi disarmati spettatori. Collisione epocale che impegna gli Stati Uniti nella furiosa guerra senza limiti per sopravvivere. Obiettivo per il quale tutti, dovunque, siamo sacrificabili.
In questa battaglia la priorità è accaparrarsi le enormi risorse energetiche, minerarie, tecnologiche necessarie a vincere la partita dell’intelligenza artificiale e del quantum computing. Chi volesse immaginare le prossime mosse americane, come anche cinesi, russe o di altri aspiranti imperi, dovrebbe consultare una carta dei Paesi meglio dotati di materie prime critiche. Finalmente una buona notizia: non ne abbiamo quasi. Anche se in Val d’Agri, nella Basilicata Saudita benedetta dal greggio, pare che qualcuno stia ammucchiando sacchetti di sabbia alla finestra.
...ma di noi
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Lo sono sempre stati.Originariamente Scritto da Arturo Bandini Visualizza Messaggiolo erano anche quando c'era Biden o Obama?
Il caro Kennedy, l'idolo dei sessantottardi alla Riotta, alla Severgnini, alla Augias, alla comunità "intellettuale" (e che pezzi di cervelli eh...cioè a dire proprio dei cervelli a pezzi) è stato quello che ha tentato di rovesciare Castro solo perchè ha avuto il torto di buttare a mare Batista, il pupazzo che per conto degli americani governava su Cuba: non riuscendoci, impose un embargo contro l'isola, affamando quel popolo per decenni e decenni.
Sempre Kennedy dette il via alla invasione del Vietnam in ottica anti cinese (si cita sempre Taiwan, ma il Pacifico è pieno di isole e nazioni con basi americane, tutte a fare da stringente cappio alla Cina): un massacro, in specie per gli americani.
Trump impone un embargo economico al Venezuela, non solo per mettere le mani sul più grande giacimento di petrolio al mondo, ma anche per sottrarre quella risorsa alla Cina; ha mire sulla Groenlandia per vincere quella corsa al Polo alla quale è iscritta anche la Cina: che differenza c'è col caro Kennedy? Che quello era più bello, più a "modo", più urbano e parlava meglio? L'unica differenza è che sapeva suonare il piffero incantantore con più maestria rispetto a Trump, che il piffero lo ha buttato nel cesso perchè ritiene che non ci sia "più tempo da perdere".
Obama ha proseguito la guerra in Aghanistan, iniziata da Bush, e ha ritirato le truppe dall'Iraq, destabilizzando definitivamente quel paese che Saddam riusciva a controllare (in senso "laico"...poi grazie agli USA è arrivata l'Isis); ha provocato il rovesciamento di Gheddafi, consegnando la Libia non alla "democrazia" ma al potere di vari clan tribali. Biden come vicepresidente di Obama è complice delle guerre di quella presidenza: di suo ci ha messo il disastroso ritiro delle truppe dall'Afghanistan, regalando quel popolo ai talebani (i nemici di ieri), e soprattutto non ha evitato la guerra in Ucraina, convinto di poter foraggiare l'ultranazionalismo ucraino in ottica antirussa, all'interno di un piano espansionistico della Nato verso est teso a mettere con le spalle al muro la Russia...sbagliando tutto, a partire dalla individuazione del "nemico", in quanto ha ottenuto il solo effetto di far saldare la Russia alla Cina.
Gli americani per tutta intera la loro storia, ogni volta che hanno attraversato l'Atlantico o il Pacifico hanno portato solo guerra e caos, non riuscendo mai a gestire con criterio il "dopo", con la sola eccezione della seconda guerra mondiale, ma lì c'è una differenza sostanziale: la cupido dominandi ha trovato un limite nel blocco sovietico, che ha imposto un freno, dunque una forma, all'inestinguibile agitazione dissolutrice insita nelle ossessioni e nei miti di quella nazione: quell'istinto ferino è stato costretto ad un equilibrio, cioè a dover riconoscere una alterità (l'URSS e paesi satelliti): è questo che ha garantito la "pace" in Europa, non il "liberalismo democratico", altra balla dei pifferai: una volta crollata l'URSS, l'appetito ha ripreso vigore e, guarda un pò, è tornata la guerra anche in Europa...l'ennesima dalla quale ora stanno cercando di divincolarsi.
Quando si guida un impero non esiste coloritura politica: la dottrina di potenza è una e senza differenziazione. Le uniche dissomiglianze tra democratici e repubblicani si riflettono nelle politiche interne, anche se pure lì i democratici non hanno mai messo in discussioni punti fondanti le mitologie americane: la convinzione di essere dei predestinati (che si riflette nel manicheismo veterotestamentario del Bene vs Male, e il disconoscimento di ogni alterità, volendola anzi "salvare", dunque uniformare al modello americano, che gli altri lo vogliano o meno), l'individualismo protestantico, per cui la ricchezza ed il successo sono stigmate del favore divino, e quindi la salvazione è data dal conto in banca...di modo che nemmeno i democratici hanno mai messo in discussione l'avversità ad uno "stato sociale"; il credere che la società americana, benedetta da Dio, sia una sorta di Gerusalemme in terra: le terribili disuguaglianze di quella società, i crimini, le psicosi? Piccoli accidenti sulla strada verso l'edificazione della perfetta "città di Dio".
Sui fondamentali, in politica estera come in quella interna, non esiste disaccordo, mettiamocelo in testa. La metafora più efficace è quella (adesso mi sfugge da chi l'ho letta) di due taxi dal diverso colore ma dall'unica destinazione....ma di noi
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Assolutamente no.Originariamente Scritto da Arturo Bandini Visualizza Messaggiolo erano anche quando c'era Biden o Obama?
Riporto l'opinione di Fabrizio Coticchia che secondo me è illuminante nel far comprendere il cambiamento di fase.
Gli Stati Uniti non si percepiscono più come garanti di un ordine internazionale basato su regole, ma come potenza che rivendica apertamente il diritto di imporre la propria volontà. La discontinuità non sta tanto nelle azioni in sé quanto nell’abbandono consapevole delle regole che un tempo venivano riconosciute come vincolanti.
In concreto:- Prima: anche quando agivano unilateralmente (come nel 2003 in Iraq), gli Stati Uniti si muovevano comunque dentro il quadro dell’ordine liberale: ONU, coalizioni, procedure, giustificazioni. Questo non era semplice ipocrisia, ma il riconoscimento che quell’ordine esisteva e che imponeva limiti, costi politici, negoziazioni. Quelle regole, pur piegate, continuavano a funzionare come freno.
- Ora: l’amministrazione Trump agisce e parla in modo esplicito: "ci serve, lo prendiamo". Non c’è più bisogno di legittimazione, perché l’idea stessa di un ordine condiviso viene messa da parte. La forza, da sola, è considerata sufficiente.
- Gli Stati Uniti delegittimano l’ordine che essi stessi avevano costruito
- Sostituiscono regole, alleanze e attrazione con coercizione, pressione economica e forza
- Trattano anche gli alleati europei non come partner dentro un sistema, ma come soggetti subordinati
Last edited by The_machine; 09-01-2026, 21:08:05.
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Capire questo è fondamentale.Originariamente Scritto da The_machine Visualizza Messaggio
Assolutamente no.
Riporto l'opinione di Fabrizio Coticchia che secondo me è illuminante nel far comprendere il cambiamento di fase.
Gli Stati Uniti non si percepiscono più come garanti di un ordine internazionale basato su regole, ma come potenza che rivendica apertamente il diritto di imporre la propria volontà. La discontinuità non sta tanto nelle azioni in sé quanto nell’abbandono consapevole delle regole che un tempo venivano riconosciute come vincolanti.
In concreto:- Prima: anche quando agivano unilateralmente (come nel 2003 in Iraq), gli Stati Uniti si muovevano comunque dentro il quadro dell’ordine liberale: ONU, coalizioni, procedure, giustificazioni. Questo non era semplice ipocrisia, ma il riconoscimento che quell’ordine esisteva e che imponeva limiti, costi politici, negoziazioni. Quelle regole, pur piegate, continuavano a funzionare come freno.
- Ora: l’amministrazione Trump agisce e parla in modo esplicito: "ci serve, lo prendiamo". Non c’è più bisogno di legittimazione, perché l’idea stessa di un ordine condiviso viene messa da parte. La forza, da sola, è considerata sufficiente.
- Gli Stati Uniti delegittimano l’ordine che essi stessi avevano costruito
- Sostituiscono regole, alleanze e attrazione con coercizione, pressione economica e forza
- Trattano anche gli alleati europei non come partner dentro un sistema, ma come soggetti subordinati
Sono assolutamente convinto che le azioni di Trump siano volte a consolidare ulteriormente il consenso nel suo elettorato ed al tentativo di migliorare la traballante economia, adottando un atteggiamento da cowboy. Tuttavia, sembra completamente ignaro dei rischi che sta correndo e degli equilibri che ha sconvolto. A mio parere, è un megalomane senza cervello, lo è sempre stato.
Il problema è che ora, Jinping e Putin, in testa, e tutte le altre nazioni a ruota, avranno immediatamente convocato un consiglio di delibera per discutere i cambiamenti di strategia in risposta agli ultimi sviluppi e al fatto che, a questo punto, si aspettano ulteriori cambiamenti da parte degli Stati Uniti.
In pratica, ogni capo di stato starà pensando: “Ok, non seguiamo più le regole, ognuno fa per sé”.
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Non era in panico...ma non cambia la dinamica secondo me.Originariamente Scritto da Arturo Bandini Visualizza Messaggionuova prospettiva dell'incidente, che sembra escludere la reazione per panico
Dovremmo innanzitutto partire dal fatto che è stata ammazzata una persona e chiederci: era necessario arrivare a tanto? La donna non è armata, non minaccia direttamente nessuno. Contravviene all'ordine del poliziotto di scendere dall'auto, questo il reato (passibile di arresto). Prende e parte...ma dai video che riprendono la scena da lontano, si vede bene che la donna parte e sterza a destra per imboccare la via di "fuga", questo è il punto: l'agente (posizionato all'incirca davanti al cofano dell'auto, più verso il lato esterno dello stesso) fa un salto di lato e si scansa...peccato che prima però spari in faccia alla donna al volante...che stava andando dalla parte opposta rispetto all'agente, perchè infatti l'auto va via lasciandosi alle spalle i poliziotti: non va dritta a tutto gas sull'agente per metterlo sotto.
Qui all'agente bastava (come ha fatto) scansarsi e poi lanciarsi all'inseguimento e arrestare la donna. Di casi simili se ne vedono a decine sui canali YT dedicati alle dashcam/bodycam dei poliziotti americani: la fuga in se stessa non giustifica l'uso letale della forza, se non si è in presenza di una minaccia evidente ed immediata...come può essere, in parecchi casi, un fermato che si avvicina al cruscotto, apre il cassetto ed estrae una pistola, o la tira fuori dalla giacca assieme ai documenti, o tanti casi simili che si vedono in quei canali: tantissimi prendono e scappano o ignorano bellamente gli ordini di agenti e sceriffi, ma questi non è che sparano: saltano in auto e iniziano un inseguimento.
L'agente o era innervosito o un esaltato dal grilletto facile o uno con il controllo dei nervi ridotto sotto alle scarpe. Nessun protocollo di polizia ti dice di sparare in caso di fuga, anche perchè non tocca ad un agente di polizia farsi, da forza pubblica, pure giudice e giuria e comminare la pena di morte (per un alt non rispettato) sul posto...a meno che non debba reagire di fronte ad una minaccia evidente, immediata per sè o per altri...e quindi torniamo al punto: la donna manovrando l'auto rappresentava una minaccia per la vita del poliziotto? Per me no.
Questo al di là di chi fosse quella donna, magari una esaltata pure lei, una attivista pro immigrati, una disturbatrice seriale, una provocatrice, quello che vogliamo...ma in quel momento non rappresentava un pericolo mortale a me pare....ma di noi
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Trump: «Prenderemo la Groenlandia con le buone o con le cattive»
I cinque partiti dell’isola: «Decideremo noi il nostro futuro, il presidente Usa smetta di disprezzarci»
«Al momento non sto ancora parlando di soldi per la Groenlandia, ma potrei», ha detto Donald Trump riguardo all’ipotesi di acquistare l’isola. «Ma ora», ha proseguito, «faremo qualcosa per la Groenlandia, che gli piaccia o meno, perché se non lo facciamo la Russia o la Cina prenderanno il controllo della Groenlandia e non accetteremo di avere Russia o Cina come vicini», ha affermato il presidente Usa parlando alla Casa Bianca. «Se non vogliono farlo in modo semplice, lo faremo in maniera dura», ha poi aggiunto Trump, che si è comunque definito «un grande fan della Danimarca».
Intanto i leader dei cinque partiti della Groenlandia rappresentati in parlamento dichiarano che il popolo del loro Paese intende decidere autonomamente sul proprio futuro: «Non vogliamo essere americani, non vogliamo essere danesi, vogliamo essere groenlandesi», hanno sottolineato. Nella dichiarazione, i leader dei partiti hanno inoltre chiesto agli Stati Uniti di «smettere di mostrare disprezzo per il nostro Paese. Il futuro della Groenlandia deve essere deciso dal popolo groenlandese», prosegue la nota. La Groenlandia, con una popolazione di circa 57mila abitanti, è un territorio in gran parte autonomo, sebbene appartenga ufficialmente alla Danimarca.
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